di Daniela Errico

Quante volte, quando eravamo bambini, ma eravamo i più grandi rispetto ai piccoli, ci è stato detto di dare il buon esempio, in quanto più grandi?

Chi è più grande è tenuto a dare il buon esempio. Questo concetto, secondo me, vale anche per le aziende, soprattutto quelle più grandi.

L’esempio di cui voglio parlavi in questo articolo riguarda l’essere sostenibile.

Ma perché è importante che un’azienda, che tutte le aziende, si impegnino ad essere sostenibili?

Per (almeno) i seguenti motivi:

  1. Impatto ambientale e sociale
  2. Influenza negli usi e costumi
  3. Influenza culturale

A titolo d’esempio consideriamo le ormai diffuse politiche aziendali volte alla riduzione dell’utilizzo della plastica monouso.

In una delle aziende in cui ho lavorato anni fa, non c’erano né distributori d’acqua né erogatori. In quel periodo bevevo pochissimo, una volta finita l’acqua nella borraccia (o nella bottiglietta) dovevo uscire dall’ufficio per poter bere. Ora lavoro in Enel e nella sede di Roma, inizialmente, c’erano i distributori di bottigliette d’acqua, poi siamo passati all’erogatore di acqua microfiltrata (con i bicchieri di plastica) ed ora i bicchieri di plastica sono stati spodestati da quelli compostabili e, principalmente, dalle borracce distribuite gratuitamente dall’azienda, il tutto accompagnato da una campagna di comunicazione che spiegava l’importanza di cambiare abitudini ed il coerente posizionamento sostenibile di tutta l’azienda.

Adesso valutiamo i 3 fattori nelle situazioni appena descritte.

1.Impatto ambientale. Nel caso del distributore di bottigliette e dell’erogatore con i bicchieri di plastica, l’impatto di un’azienda con 100 dipendenti è di più di 22.000 bottigliette/bicchieri di plastica all’anno (assumendo che il numero di giorni lavorati sia 220 e che in media ogni dipendente usi una bottiglia/bicchiere al giorno). Se l’azienda è composta di 1.000 dipendenti il numero sale a 220.000 e così via. Più dipendenti ci sono, più il numero sale, così come i rifiuti. Prendiamo, quindi, le 3 aziende italiane che hanno il maggior numero di dipendenti: la prima EXOR SpA, che ha circa 307.637 dipendenti, con lo stesso calcolo di prima consumerebbe circa 67.680.140 bottigliette l’anno, la seconda Assicurazioni Generali SpA, che ha circa 71.327 dipendenti, 15.691.940 e la terza Enel SpA, che ha circa 68.842 dipendenti, 15.145.240. Solo queste 3 aziende, usando un calcolo approssimativo, arriverebbero a produrre circa 98.517.320 bottigliette l’anno. Capite ora la portata dell’eliminazione delle bottigliette in plastica dalle aziende.

2.Influenza negli usi e costumi. Come indica l’enciclopedia Treccani:
usi e costumi: Con questa duplice designazione erano indicate, nelle vecchie opere divulgative di etnografia o di geografia, le manifestazioni della vita pubblica e privata dei varî popoli della terra.
Se pensate che, in assenza di distributori d’acqua, le persone tendono ad abituarsi a non bere molto in ufficio ed a non farlo neanche fuori orario lavorativo (come è successo a me) e che, viceversa, quelli abituati all’uso della borraccia in ufficio, in maniera del tutto naturale, porteranno la borraccia con se quasi ovunque (come è successo a me!), capite bene che cosa intendo.

3.Influenza culturale. Pensiamo alla diffusione della borraccia in alternativa alla bottiglietta di plastica: quante persone posso coinvolgere in questo cambiamento col passa voce? Diciamo i parenti e gli amici, quindi in caso di famiglie numerose e molti amici potrei arrivare ad un’ ottantina di persone. Ma se ad influenzare è un’azienda, pensiamo sempre a quella di 100 dipendenti, parliamo di 100 nuclei familiari, quante persone saranno raggiunte direttamente o indirettamente dal messaggio? Facciamo il conto della massaia ed arriviamo a 8.000. E se l’azienda fosse di 1.000 dipendenti? Saliamo a 80.000 e così via.. (provate con i numeri delle Top3 che hanno più dipendenti). Chiaramente essere raggiunti dal messaggio non significa accettarlo e metterlo in pratica, per questo è importante che raggiunga più persone possibile.

E l’azienda, vi chiederete, che ci guadagna? Un vantaggio competitivo nel medio lungo periodo. Infatti, adottare fin da subito una strategia basata sulla sostenibilità permette all’azienda da un lato, di far fronte tempestivamente ai mutamenti del quadro normativo che negli anni diverrà sempre più stringente sui temi ambientali, mentre dall’altro, le consentirà di usufruire di importanti opportunità di mercato date dalle emergenti esigenze green dei consumatori orientati, sempre più, verso marche coerenti con il proprio sistema di valori, che, attualmente, spesso include il rispetto dell’ambiente, lo sviluppo sostenibile e l’etica (articolo molto interessante sul tema). Senza considerare che la sostenibilità (intesa come economica, ambientale e sociale), incide sulla reputazione dell’azienda e del brand, diventando così una leva competitiva rispetto alla concorrenza, con evidenti ritorni sul fatturato e sui margini, soprattutto se messa a sistema, interiorizzata e non gestita come mero strumento tattico (approfondimenti qui).

Quanto descritto finora mostra come una scelta aziendale possa impattare sull’ambiente, in termini di riduzione dei rifiuti, sulle abitudini dei dipendenti e dei suoi familiari, talvolta migliorandone anche la salute (per esempio, incoraggiandoli indirettamente ad idratarsi correttamente), sul piano culturale della società in cui opera ed infine sull’azienda stessa aumentandone la credibilità ed i profitti.

Vi rendete conto dell’impatto che si può avere spingendo l’azienda per cui lavorate e i colleghi ad essere più sostenibili?

Una best pratice adottata in un’azienda può diffondersi a più livelli nella società: è vero, non saremo famosi come gli influencer di youtube, ma possiamo comunque portare il buon esempio molto lontano, quindi facciamolo!

Quando consideri il numero di uomini che sono davanti a te, pensa a quanti ti seguono!” (Lucio Anneo Seneca)

Di Mariangela Cataldo

Mentre sono su un volo da Roma a Riga e osservo le meraviglie della terra rimpicciolirsi, ho la netta frustrante sensazione che questo breve viaggio di lavoro nei paesi Baltici non aggiungerà molto alla mia conoscenza della cultura Lettone, certamente meno di quanto l’agevole lettura di un romanzo di Alexander McCall Smith mi abbia proiettato nel modo di pensare e relazionarsi del Botswana.

Contraddizioni

Un avvicinamento fisico, geografico, dunque, non garantisce maggiore conoscenza di un approccio a distanza. Una contraddizione? Come quando ci riempiamo di impegni per non perdere alcuna opportunità facendo della nostra giornata una mera sequenza di appuntamenti senza spessore?

Pensieri che scorrono tra i finestrini del velivolo librandosi sulla radicata idea che mi appassiona da un po’ di tempo a questa parte, quella della creazione di capi tessili sostenibili con una marcia in più. 

Ho come l’impressione che le contraddizioni regnino nel mondo della moda contemporanea.

Cominciamo, banalmente, dalla proposta in termini di immagine, dove all’irreggimentazione delle box logo fa da contrappunto la più ampia libertà di mescolare vecchio e nuovo, abbigliamento d’alta gamma con pezzi economici.

Le contraddizioni continuano all’interno dell’offerta stessa, che non sempre appare com’è davvero: ci si aspetterebbe un certo livello di qualità dal marchio costoso, un processo produttivo con certi standard (di considerazione dell’ambiente ma, soprattutto, delle condizioni lavorative di chi si trova nella catena di produzione)… Poi un’incidente come quello, ben noto, del Rana Plaza in Bangladesh nel 2013, ti rivela che così non è.

Ancora, alcune grandi aziende di fast-fashion appaiono tra le più attive nelle azioni volte allo sviluppo della tanto agognata ‘economia circolare’, eppure l’essenza stessa della fast-fashion, che promuove un continuo ricambio a poco prezzo del nostro guardaroba, non è forse in ovvio contrasto con un ragionevole uso delle risorse, ambientali e umane?

Non ultimo, le contraddizioni appaiono anche nel mercato stesso, con un variegato mondo di ‘reselling’, attività hype – imperdibile – nell’immaginario e nella realtà della generazione digitale, che altera in modo radicale il prezzo dei prodotti, secondo una logica che nulla ha a che vedere con il loro intrinseco valore.

earthncycle: dal satellite al tessuto 

In questo complesso contesto della moda, dove anche la sostenibilità nasconde germi di contraddizione (ma questa è un’altra storia) è nata l’idea earthncycle, un nome che riecheggia la Terra e il ciclo dell’azoto (n-cycle) di fondamentale importanza per l’essere umano, nonché la traiettoria circolare dei satelliti in orbita e l’agognata circolarità dei processi produttivi sostenibili.

L’idea earthncycle nasce con l’ambizione di rimettere al centro del quotidiano gesto del vestirsi il pianeta Terra e l’uomo: via il marchio che vive di vita propria, via il mercato, via il consumo veloce.

Ben venga il guardaroba minimalista con capi intramontabili, ma che non ci faccia perdere memoria e consapevolezza della bellezza, del colore e della varietà che sono a portata dei nostri occhi, se solo scegliamo di guardare. E così nascono dei capi (foulard, costumi da bagno, borse) studiati uno ad uno, a  raccontare il pianeta attraverso grafiche che nascono da istantanee riprese da satellite del nostro pianeta. Così ogni pezzo di tessuto può proiettarci ad altre latitudini e longitudini, aprire il nostro sguardo su altre reali bellezze.

Le immagini da satellite non sono come le fotografie a noi familiari. Ci permettono, infatti, di osservare il pianeta in una moltitudine di lunghezze d’onda e di risoluzioni spaziali. Questa ricchezza cromatica e di dettaglio consente tante applicazioni a noi utili: attraverso i radar possiamo monitorare i terremoti, la subsidenza, attraverso l’infrarosso dedurre informazioni sulla salute della vegetazione…

Con l’aereo ormai prossimo all’atterraggio, ripenso alle seguenti parole:

“La lontananza che rimpicciolisce gli oggetti all’occhio li ingrandisce al pensiero” (A. Schopenhauer)  

E’ per questo che mi piace immaginare che le immagini satellitari, a guardarle bene, possano spingersi oltre e raccontarci anche altro, aprendo una finestra sull’interazione fra uomo e natura in ciascun particolare contesto geografico. Per questo i capi tessili di earthncycle sono sempre accompagnati da un breve testo, ispirato dalle immagini e dai luoghi. E sempre per questo la prima collezione di fotografie dei capi earthncycle (visibile nel profilo instagram @earthncycle) è ambientata nello spazio, dove molto probabilmente viaggeremo numerosi in un tempo non tanto lontano, senza  possibilità di levarci di dosso frammenti sparsi del nostro bellissimo pianeta blu.

Foulard e costumi da bagno earthncycle saranno ospiti, insieme alle creazioni di altri marchi sostenibili, nel PAUSE conscious pop-up #9, a Londra, Covent Garden, dal 13 al 22 Settembre 2019.  

 (1) Dal logo del marchio Supreme (caratterizzato dalla scritta Supreme – bianca – all’interno di un box – rosso), per estensione i logo di numerosi marchi di moda particolarmente popolari tra i teenagers, caratterizzati dall’utilizzo del ‘box’. 

(2)  Il termine hype, nel mondo dello streetwear, si puo` tradurre con “attesa, forte desiderio” per qualcosa che sta per accadere o essere disponibile.

di Daniela Errico

E’ Ecosciente chi, consapevole degli effetti che i propri comportamenti hanno sul pianeta e sulla relazione tra esseri viventi, si impegna giorno per giorno ad adottare nuovi stili di vita che riducano la propria impronta ecologica e migliorino la qualità della vita propria e degli altri.

Sì, ma come si diventa Ecoscienti?

So che siete curiosi quindi cominciamo subito con l’elenco:

1. Scegli
2. Respira
3. Divide et impera
4. Crea tradizioni
5. Sorridi

Confusi?
Lo spero: la confusione genera il punto di partenza ideale per un ascolto attivo ^_^

Per prima cosa essere Ecoscienti è una scelta. Sembra una banalità, ma è un passo fondamentale che va fatto. Scegliamo di essere Ecoscienti, nessuno ci costringe, lo facciamo perché vogliamo fare qualcosa: agire prima che sia tardi. Siamo, dunque, noi a scegliere e dobbiamo esserne consapevoli perché questa è la nostra vera forza.

Naturalmente la scelta nasce dall’aver capito che la situazione è critica, che il nostro futuro e quello delle nuove generazioni è a rischio. C’è una montagna di cose da fare e poco tempo: bisogna informarsi, capire bene come intervenire, provare ad farlo e continuare ad agire in modo che il nuovo stile di vita diventi un’abitudine.
Mi viene in mente il ciclo di Deming, detto anche ciclo di PDCA, acronimo dall’inglese Plan–Do–Check–Act, in italiano “Pianificare – Fare – Verificare – Agire”.

Tutto molto bello, ma da dove si parte? Dal Respiro.

Respiriamo dal naso.
Inspiriamo: sentiamo l’addome che si gonfia e poi lentamente espiriamo dal naso fino a sgonfiare tutto l’addome.
Fatto?
Benissimo, ricordiamoci di farlo ogni tanto (specialmente sotto stress) perché può farci solo bene.

Adesso, non facciamo l’errore di partire concentrandoci su tutti i problemi insieme: da soli non potremo mai adempiere a tutte le azioni necessarie a “salvare il mondo” e soprattutto non saremo mai in grado di fare tutto insieme. Quindi, prendiamo il problema e spacchettiamolo in problemi più semplici: ricordate la scomposizione in numeri primi? Dobbiamo fare la stessa cosa!

Divide et impera: Dividiamo il problema in tante parti ed analizziamo un pezzettino alla volta.
Per esempio, i rifiuti: partiamo da un rifiuto in particolare, per esempio la plastica. Guardiamo i nostri rifiuti: qual è il più semplice da “non produrre?” Cominciamo da quello e cerchiamo un modo per eliminarlo dalla nostra spazzatura. Ricordiamoci sempre di fare un passo alla volta: troviamo tante piccole soluzioni alternative da adottare in parallelo o in sequenza. Volendo usare una metafora: un mattoncino alla volta, col tempo,avremo costruito un solido castello!
Applichiamo la stessa logica anche alle informazioni: cercare soluzioni a tante cose insieme stanca ed in alcuni casi avvilisce. Scegliamo un “tema” alla volta ed informiamoci per bene su quello, eviteremo così di disperdere energie ed entusiasmo.

E ricordiamoci sempre che nessun uomo è un’isola e che dagli altri riceviamo amore, supporto e forza, dunque: Creamo tradizioni Ecoscienti. Ci sono cose a cui dovremo rinunciare lungo la strada che abbiamo scelto di seguire, ma avremo l’opportunità di farne altre che finora non avevamo neanche mai immaginato. Per esempio, organizzare la cena a lume di candela in coppia, famiglia o con gli amici nell’Ora della Terra.

Infine, Sorridiamo per noi stessi, per gli altri e, soprattutto, perché il nostro essere Ecoscienti oggi rappresenta una speranza per il futuro di tutti noi.

Pensate al futuro che vi aspetta, pensate a quello che potete fare, e non temete niente.“(Rita Levi Montalcini)

di Ciro

Da tempo volevo proporre ai miei colleghi un servizio di car pooling e finalmente mi sono deciso a farlo tramite forum aziendale.
Per car pooling si intende l’uso condiviso di una vettura: detto così sembra il car sharing ma è leggermente diverso; infatti nel car pooling il proprietario dell’auto è unico e si limita a dare dei passaggi ad altre persone che condividono lo stesso percorso.
L’applicazione più famosa di car pooling è BlaBlaCar che, tramite una comoda app permette di mettere in contatto domanda ed offerta e dividere le spese di viaggio per un vantaggio da ambo le parti.

Nell’azienda dove lavoro era nata un’iniziativa volta a realizzare un’app simile. Speriamo che il progetto venga portato a termine.

Però ci si chiede sempre: qual è il vantaggio per il proprietario dell’auto? Non credo che tra colleghi, per un percorso urbano, il proprietario dell’auto chieda al passeggero di dividere le spese. Di fatto non succede.
Quindi per il proprietario, dare un passaggio ad un collega con cui magari non lavora, potrebbe essere più un fastidio che altro.
Per mitigare questo fastidio si potrebbe designare alle auto di car pooling un certo numero di posti auto nel parcheggio, magari vicino agli ingressi.
La cosa si potrebbe organizzare così:
– l’azienda designa un certo numero di posti vicino all’ingresso alle auto di car pooling, questi posti auto potrebbero essere riconoscibili da un colore diverso (verde, giusto per essere in tema)
– le auto che entrano nel parcheggio e che trasportano almeno due persone hanno il diritto di usare i posti auto del car pooling
– inizialmente i colleghi potrebbero mettersi d’accordo tramite i consueti canali, successivamente tramite un’app aziendale.

Fatto in questo modo il car pooling sarebbe a costo zero per l’azienda e la possibilità di trovare un posto libero vicino all’ingresso è un buon vantaggio per chi si carica del “fastidio” di dare un passaggio ad altri colleghi.

A me sembra un’idea semplice e che può essere realizzata in poco tempo.

Ci sono anche altri vantaggi ovviamente: meno auto significa più posti nel parcheggio, meno inquinamento, meno traffico e meno manutenzione delle strade; tutti temi caldi in questo periodo, soprattutto a Roma.

Ovviamente il car pooling non risolverebbe i problemi globali, ma è un inizio ed un segnale di cambiamento!

E voi che ne pensate? Esiste già qualcosa di simile nelle aziende dove lavorate?

 

“Consumare meno; condividere meglio.” (Hervé Kempf, giornalista)
 

di Daniela Errico

Ad un certo punto della vita ti fermi e rifletti sulle tue abitudini.
Non vivo in maniera molto sana: non mi curo, giusto per fare un esempio, né della composizione né della provenienza dei cibi che acquisto.
Non vivo in maniera sostenibile, basta vedere, ad esempio, la mole di plastica, vetro e carta che produco in una sola settimana (per lo più imballaggi).
E quindi decidi di cambiare. Cambiare il tuo stile di vita per renderlo più sano e sostenibilesi ma non mi voglio stressare! urla immediatamente una voce nella tua testa.
Sappiamo tutti, infatti, che cambiare le proprie abitudini comporta sempre una certa dose di stress. E allora come faccio? Rinuncio?
Personalmente, nel corso degli ultimi anni, ho provato a modificare molte delle mie abitudini (per diversi motivi) ed a volte mi sono stressata così tanto che ho rinunciato, così ho iniziato a prendere consapevolezza di ciò che invece mi aiutava ed ancora mi sostiene nel mio personale processo di cambiamento.

Eccovi, quindi, le 4 Dritte per un cambiamento (quasi) senza stress:

1) (Ricordarsi di ) Avere una motivazione
Se si decide di fare una cosa bisogna essere “convinti” del perché lo si fa. E’ la motivazione, infatti, che ti sostiene nei momenti di stanchezza e di sconforto. Sapere e ricordarsi che lo sforzo che sta facendo ha un fine (che sia salutare o etico o altro) che tu hai scelto, dà un senso al tuo impegno e ti aiuta a combattere la stanchezza, lo sconforto e … la pigrizia!

2) Non avere fretta. Procedere per passi
La vita mi ha insegnato che un cambio radicale ed immediato nelle abitudini può essere causato solo da un evento traumatico (pensate al passaggio dagli studi al lavoro, che in alcuni casi comporta anche un trasferimento fisico in un’altra città), ma in questi casi il livello di stress a cui si è sottoposti è altissimo. Diversamente, invece, apportare piccole variazioni alla nostra routine riduce lo stress del cambiamento e ci aiuta a trasformare una o più abitudini in maniera graduale verso lo stile di vita a cui aspiriamo. Chi va piano va sano e lontano.

3) Cadere sorridendo. Essere tolleranti con se stessi.
Soprattutto all’inizio, ma qualche volta anche in seguito, ricadremo nella vecchia abitudine: è normale, quando per anni abbiamo fatto una cosa in un certo modo, può succedere di andare in automatico. Consideriamo anche che non riusciremo ad essere sempre presenti o a stare sempre attenti: ci sono tante cose nella vita che ci distraggono. L’importante quindi, non è “non sbagliare mai”, ma come reagiamo allo “sbaglio”: non giudichiamoci quindi e non puniamoci per una distrazione. Come dice la mia insegnante di yoga, “se cadi fallo sorridendo, prendi un bel respiro e riprova“. Nel nostro caso, quindi, un bel respiro e, se si può, rimediamo, se non si può, pazienza, la prossima volta staremo più attenti. Non siamo perfetti e non lo saremo mai, ma possiamo migliorare, stiamo già migliorando, giorno per giorno.

4) Premiarsi per i risultati conseguiti
Ricordiamoci, ogni tanto, di fermarci un momento a riflettere su come, grazie al nostro impegno, il nostro stile di vita stia cambiando nel tempo, magari rispetto ad uno o due anni fa. Concediamoci quindi una “coccola” o un “premio” per i risultati ottenuti dedicandoci a qualcosa che ci piace o festeggiando in compagnia. Non sottovalutiamo mai l’importanza di questo semplice gesto perché oltre a farci stare bene ed a farci sentire soddisfatti ci darà la spinta necessaria a proseguire nel cambiamento.

E voi? Avete qualche dritta da condividere?