di Daniela Errico

Ora che abbiamo la nostra fantastica bottiglietta in vetro per dissetarci ed il kit di barattolini in vetro per il pranzo, cosa ci mettiamo dentro?

Più in generale, come ci procuriamo i nostri pasti quotidiani da consumare a casa o da portare fuori?

Per rispondere alla domanda questa volta vi proporrò delle opzioni, perché, anche se alcune sono chiaramente più sostenibili e salutari, ricordiamoci sempre che siamo umani e che, anche se motivati ed organizzati, non sempre riusciamo ad adottare l’opzione che riteniamo la migliore, per motivi di tempo, energie, ma anche sociali.

Del resto, viviamo in un mondo in cui è ancora difficile sganciare le attività sociali dai pasti, i.e. aperitivo, pranzo e cena.

Opzione 1 – Cibo da asporto. La scelta più veloce e comoda, ma poco salutare (non sappiamo cosa c’è esattamente nel nostro piatto, in termini di ingredienti, né da dove proviene e tanto meno le condizioni igieniche con cui è stato preparato), poco economica (ovviamente come tutte le cose già pronte costa molto di più della somma dei costi dei singoli ingredienti) e poco sostenibile (principalmente perché viene consegnato in contenitori monouso). Il peggio del peggio insomma.

Opzione 2 – Mangio fuori. Per quanto riguarda gli ingredienti, la soluzione ha grosso modo le stesse incognite del precedente, ma ha di meglio che generalmente non ci sono i contenitori monouso ed in più rappresenta un’occasione per farsi una passeggiata e stare in compagnia. Ma il nostro essere sociale, deve per forza essere legato al cibo?

Opzione 3 – Cibo già pronto da riscaldare. Anche questa opzione ci semplifica la vita, magari costa anche un po’ di meno delle precedenti, ma ha grosso modo gli stessi lati negativi: è poco salutare, poco sostenibile (contenitori monouso) e, comunque, è più costosa della somma dei costi degli ingredienti che compongono il cibo.

Opzione 4 – Cibo quasi pronto, ma da cuocere. Rispetto alla precedente è un passo avanti, ma non basta, ci sono ancora “ingredienti” di troppo (tipo i conservanti) e dubbia provenienza e metodo di lavorazione di ciò che mangio. Posso fare meglio.

Opzione 5 – Parto dagli ingredienti grezzi e mi cucino un pasto fatto a mano. Naturalmente questa è l’alternativa più salutare e sostenibile, soprattutto se riesco a comprare bio a km0 e se ho tempo e voglia di cucinare! Lo so è quella che implica più sforzo, ma è anche quella che gratifica di più: mangio quello che voglio e come voglio sia cucinato! In più, mi sto prendendo cura di me stessa: mi sto volendo bene. E non è poco, fidatevi!

E’ chiaro che restando a casa magari viene più semplice adottare l’opzione 5 (ma non è sempre detto), mentre per il pranzo fuori casa, ‘mangiare fuori’ o ‘prendere cibo da asporto’ restano opzioni apparentemente allettanti, perché ci evitano fatica e stress.

Ma pensiamoci un momento: è davvero così?

Questi cibi spesso sono ricchi di grassi ed a scarso valore nutritivo, quindi alla lunga si ingrassa e si risente delle carenze di vitamine e minerali.

Risultato? Siamo stanchi, grassi e depressi.

Quindi forse non è la soluzione migliore, forse possiamo volerci bene ogni tanto e prepararci un pranzo “fatto a mano” con l’aggiunta di un pizzico di amore, che come la nonna ci ha insegnato, da quel sapore in più ad ogni ricetta!

Un ultimo consiglio: non dimentichiamoci mai che il passaggio da uno stile di vita da “consumatore” ad uno “ecosciente” richiede tempo e pazienza (Ricordate le dritte per il cambiamento..) quindi per cominciare cerchiamo di preferire il più possibile il cibo fatto in casa alle altre soluzioni, ma senza costringerci a farlo sistematicamente e senza flagellarci se non lo facciamo per una o più volte.

Procediamo sempre per gradi: per esempio, per quanto riguarda la settimana lavorativa, io ho iniziato col prepararmi il pranzo 2 volte a settimana, il lunedì ed il mercoledì, cucinando entrambi la domenica sera (fino a 3 giorni, in frigo si conservano un po’ tutti gli alimenti cotti). Poi sono passata a 3 giorni fissi ed uno flessibile (in funzione degli impegni di lavoro e non). Una dritta per la preparazione del pranzo infrasettimanale è quella di cucinare un po’ di più la sera e portarlo il giorno dopo per pranzo o anche due giorni dopo, in modo da non mangiare la stessa cosa due volte consecutive. Al momento il mio obiettivo è arrivare a 4 giorni su 5 lavorativi entro settembre: ho deciso di tenere un giorno libero per andare a pranzo con i colleghi che il pranzo non lo portano..ancora! Per il weekend, invece, la scelta è semplice: pranzo hand made a casa oppure visto il bel tempo: Pic-nic all’orto o al parco!!!

 

Non mangiate niente che la vostra bisnonna non riconoscerebbe come cibo.” (Michael Pollan, giornalista)

 

di Daniela Errico

Essere Ecosciente, per me, significa sforzarsi, giorno dopo giorno, di essere coscienti del mondo che ci circonda cercando di individuare le azioni utili al miglioramento della qualità della propria vita e di quella degli altri (in senso lato i.e. natura ed animali inclusi).

Questa consapevolezza ha generato inevitabilmente una serie di cambiamenti nella mia esistenza, che, però, non sono stati immediati: hanno necessitato di più passi per realizzarsi.

Ho deciso pertanto di raccontarvi l’evoluzione di alcune abitudini della mia vita da Ecosciente, ripercorrendo le fasi  che hanno portato al cambiamento.

Cominciamo con il “Dissetarsi fuori casa“, una pratica molto diffusa tra gli umani, comunemente nota come: bere.

Fase 1 – Bevo occasionalmente. In questa fase bevevo veramente poco: per strada, alla fontanella (quando la trovato) o al bar; in ufficio, invece, bevevo una o due bottigliette d’acqua comprate al distributore automatico, quando c’era, altrimenti, giusto una, se mi ricordavo di comprarla in pausa pranzo.

Fase 2 – Riciclo infinito della bottiglietta di plastica. Quando ho capito che bere poco non faceva bene alla mia salute e che comprare 2-3 bottigliette di plastica al giorno per bere un litro/litro e mezzo d’acqua produceva una montagna rifiuti inutili (circa 15 a settimana, 300 al mese, 3300 l’anno…) ho pensato bene che mi sarebbe bastato “riciclare” una bottiglietta più volte. Si, ma quante volte si può riutilizzare una bottiglietta che in teoria sarebbe monouso?

Fase 3 – Uso un thermos o una borraccia di acciaio. Visto che la bottiglietta di plastica non è riciclabile all’infinito e che ad oggi non sono convinta esista una plastica che non rilasci (alla lunga) particelle plastiche nell’acqua, ho deciso di passare direttamente al thermos prima e  borraccia in acciaio dopo: problema risolto..o almeno così credevo! Perché in realtà il tappo del thermos e quello della borraccia sono in plastica, mentre la filettatura è di metallo, quindi alla lunga il tappo perde la filettatura ed il contenitore perde liquidi. Inoltre, se la bocchetta è stretta, pulire l’interno non è molto agevole e visto che l’esterno è colorato, non è possibile verificare lo stato interno del contenitore. Come faccio a sapere se è pulito bene?

Fase 4 – La svolta: La bottiglietta in vetro. Al momento questa è l’ultima fase dell’evoluzione, ma non escludo potrebbero essercene altre in futuro, più adatte alle mie esigenze. Consiste nel riuso di una bottiglietta in vetro che prima conteneva del succo di frutta. Il tappo è di metallo (come quello dei barattoli) quindi non si rovina con l’uso e non permette perdite di liquido, inoltre il contenitore è di vetro per cui si può constatare ad occhio nudo lo stato di pulizia o di calcare presente all’interno e si può pulire/smacchiare/decalcificare(=togliere il calcare) in modo naturale ed ecologico usando aceto e/o bicarbonato. E per finire non rilascia sostanze tossiche nell’acqua.

Con l’ultima fase ho soddisfatto il mio bisogno di acqua a portata di mano, igiene del contenitore, durevolezza, riciclabilità, zero waste ed anche estetica!

Meglio di così, si accettano suggerimenti! 🙂

ProssimamenteLe 4 Fasi dell’evoluzione del Pranzo al Sacco..



di Daniela Errico

Dopo la bella esperienza che vi ho raccontato in “Orti Urbani: A veder zappare viene voglia!” ho deciso di dare una mano ai coordinatori del Corso di Piccolo Ortista organizzato negli Orti Urbani Garbatella.
Considerando che l’attività consiste nel piantare, curare e raccogliere i frutti della terra, il corso è stato pensato per i bambini di età compresa tra i 5 e gli 11 anni, tuttavia già dal primo incontro (il primo di quattro) ci siamo ritrovati davanti un piccolo gruppo di bimbi di età inferiore ai 5 anni.

E quindi..Ricalcolo!

Perché la domanda nasce spontanea: a che età i bambini sono in grado di capire e relazionarsi con la terra, le piante e gli insetti? Ora come ora, direi proprio che non c’è un limite!

Tuttavia bisogna riorganizzare la forma con cui gli si fa fare l’esperienza. Quindi siamo partiti da un concetto molto semplice: i sentieri. Perché? E’ semplice, bisogna stare attenti a non pestare le giovani piantine e rispettare il lavoro di chi le ha coltivate e se ne prende cura ogni giorno. I bambini questo concetto lo capiscono benissimo, se glielo spieghi. Quindi, niente di meglio di un bel giretto tra gli orti per toccare con mano un sentiero ed imparare a distinguerlo da un orto ed intanto guardarsi intorno cercando di riconoscere le piante.

E poi già che ci siamo perché non fare qualche domanda agli ortisti intenti a curare l’orto? Inizialmente un po’ timidi, una volta dato loro l’esempio, facendo le prime domande, i piccoli hanno preso coraggio ed hanno iniziato a verbalizzare le loro curiosità. E’ incredibile vedere come l’esempio di uno riesca a dare coraggio all’altro! Basta che un bimbo faccia una domanda che subito un altro si accoda. Chiaramente ci sono anche bimbi molto timidi per cui il livello di coinvolgimento resta comunque molto personale, ma poi tutti sono attenti alle risposte, anche i più introversi. La natura li affascina.
Mi ha colpito molto la concretezza delle loro domande, legate fondamentalmente a ciò che vedevano (perché c’è la paglia sul terreno? Cos’è questa pianta? perché l’hai piantata lì?). Sono curiosi osservatori e ne sanno più di quanto ti aspetti, per esempio, quando siamo passati vicino all’alveare ed ho chiesto loro se sapevano quali fossero e a che servissero quegli insetti hanno risposto, orgogliosi di saperlo, che erano api e che producono miele. Collegavano, esaltati, quanto visto nei loro libri con quanto vedevano dal vivo. Qualcuno ha riconosciuto anche qualche albero da frutto, quando ci siamo passati vicino, ed ha coinvolto gli altri nel riconoscimento del frutto (limone).
Sorprendente il successo riscosso dall’albero di fico ed in particolare dal “fichino” (frutto piccolo appena spuntato), che ha affascinato tutti i bambini! (la visita al fichino è diventata una tappa obbligatoria del tour!)

Ma ora un po’ di pratica!
Visto che l’ortista ci aveva spiegato che mettere la paglia intorno ad una piantina è utile, perché la ripara dal freddo, in inverno, e dal caldo, facendole ombra e trattenendo l’acqua, d’estate: siamo andati a mettere la paglia sulle piantine!
Entusiasti e divertiti hanno messo la paglia, forse in maniera non troppo precisa, ma se glielo facevi notare si prodigavano per sistemarla meglio! L’attenzione messa nel cercare di fare al meglio quello che gli indicavi, mi ha stupito.
Verrebbe da chiedersi: se non ricevono un premio a farlo per bene, perché s’impegnavano così tanto?
Semplice: perché si sono appassionati!

Infine hanno piantato un ravanello, acquisendo consapevolezza del perché e quale parte va sotto terra e quale va lasciata fuori, perché prenda luce e calore. Reazione: incantati e soddisfatti!

E per finire foto ricordo di questa bella esperienza, tutti insieme e con le piantine appena piantate!

 

L’obiettivo finale dell’agricoltura non è la coltivazione di colture, ma la coltivazione e la perfezione degli esseri umani.” Masanobu Fukuoka



di Daniela Errico

Ultima domenica di Carnevale, prima domenica di marzo: finalmente la temperatura era diventata mite ed il sole splendeva alto nel cielo: una giornata stupenda. Perfetta per zappettare!

Per questo, noi dell’orto collettivo eravamo lì di buon mattino (non troppo presto però!) per mettere lo stallatico sul terreno, zappato e rivoltato la settimana prima, e preparalo così alla semina. Ma, mentre noi ci accingevamo all’ingrato compito (lo stallatico, essendo concime organico, non profuma esattamente di gelsomini..), nell’area picnic, che si trova all’interno dell’area degli orti e praticamente a poco più di un paio di metri dal nostro orto, un gruppodi adulti e bambini si preparavano ad una festa di compleanno/carnevale. E quindi.. ricalcolo!

Abbiamo deciso unanimemente di non appestare la gioia di quella festa con gli effluvi dello stallatico e ci siamo messi ad estirpare un po’ d’erbacce nell’orto. Le erbacce ci sono: sempre. In qualunque giorno dell’anno e con qualsiasi temperatura! Credo che l’attività più frequente nella gestione dell’orto sia estirpare le erbacce.

Dopo un po’ che strappavamo erbacce, la festa ha iniziato ad animarsi di bambini di età compresa tra i 5 ed gli 8 anni prevalentemente in maschera. Poi un gruppetto di 4 bambini si è messo ad osservare attentamente il lavoro di Laura, uno dei membri dell’orto collettivo, intenta ad estirpare le erbacce di cui sopra (tra cui malva e menta, lo sapevate? sono erbacce per chi coltiva). Erano attentissimi a ciò che faceva ed alla fine una di loro ha preso coraggio ed ha chiesto di partecipare. E così Laura si è trovata circondata da bimbe che strappavano erbe a caso. Nooo quello è prezzemolo!!! Giù le manine!!

Intanto io avevo deciso di cambiare la vanga con una zappa per migliorare le mie prestazioni come estirpatrice di erbacce ostiche (ebbene sì, ci sono erbacce dalle radici lunghissime! La malva per esempio) ma, mentre percorrevo il sentiero che serpeggia tra gli orti mi sono sentita osservata.. mi sono voltata e mi sono ritrovata ad essere la capofila di un gruppo di 5 bambine, che mi seguivano ordinatamente in fila indiana e che alla mia domanda “ma che state facendo?” hanno risposto con candore “ti seguiamo no?!” … e quello era evidente..

Distolta, allora, la loro attenzione del capanno degli attrezzi, le ho riportate verso la festa, ma immediatamente è scattata la l’offerta di “aiuto nell’estirpare le erbacce”. E che dici di no a quegli occhioni da cerbiattini?

E così mi sono ritrovata caposquadra di un gruppo di estirpatrici in erba ed in maschera! (vedi immagine di copertina)

Erano così piene di entusiasmo e voglia di fare, ma anche un po’ troppo irruenti nello strappare tutto ciò che sembrava un’erbaccia (e dichiamocelo, a momenti abbiamo difficoltà noi a distinguere le erbacce dalle piantine che abbiamo piantato, figuriamoci loro!) per cui ho deciso che ci saremmo dedicate alla pulizia degli spazi comuni (i sentieri tra un orto e l’altro), che sono notoriamente pieni di erbacce da strappare. “Però” ho affermato “i fiorellini potete tenerli o regalarli”, e così ho ricevuto un fiorellino.. mi sono commossa!

Guardare i bambini a lavoro, (si avete letto bene, per loro era “lavoro, mica stiamo giocando” cit.) è affascinante e molto educativo. Sono attenti, consapevoli, ci tengono a fare bene le cose, per questo si fanno guidare. Ho detto loro di stare attenti a non farsi male ed a non far male agli altri. “La sicurezza sul lavoro è importante” ripetevano in coro. Ho fatto loro notare che faceva caldo e perciò dovevano fare delle pause e bere per idratarsi. E loro l’hanno fatto, tutti insieme sono andati a bere, chiamando anche chi non si era mosso subito. Mi ha stupito la consapevolezza con cui, di volta in volta, valutavano le mie indicazioni, il loro attuarle fedelmente una volta capite e condivise, il modo con cui si prendevano cura l’uno dell’altra. Ma al contempo non hanno mai smesso di essere bambini che si stavano divertendo stando all’aria aperta, a contatto con la terra, in gruppo, facendo qualcosa di utile. Ridevano, si prendevano anche un po’ in giro, ma ciò non impediva loro di essere concentrati e far bene il loro lavoro. Perché, sì hanno fatto proprio un buon lavoro.

Avremmo tanto da imparare solo osservando i bambini all’opera, ma avremmo anche tanto da insegnargli se avessimo la pazienza di dedicargli il tempo necessario.

Porterò sempre nel cuore questa simpatica ed emozionante esperienza ed ho piacere di concludere il mio racconto con una citazione che Eleonora, anche lei del gruppo dell’orto collettivo, mi ha riferito mentre le raccontavo questo divertente episodio: “Continua a piantare i tuoi semi, perché non saprai mai quali cresceranno – forse lo faranno tutti.” A. Einstein