di Daniela Errico

Quante volte, quando eravamo bambini, ma eravamo i più grandi rispetto ai piccoli, ci è stato detto di dare il buon esempio, in quanto più grandi?

Chi è più grande è tenuto a dare il buon esempio. Questo concetto, secondo me, vale anche per le aziende, soprattutto quelle più grandi.

L’esempio di cui voglio parlavi in questo articolo riguarda l’essere sostenibile.

Ma perché è importante che un’azienda, che tutte le aziende, si impegnino ad essere sostenibili?

Per (almeno) i seguenti motivi:

  1. Impatto ambientale e sociale
  2. Influenza negli usi e costumi
  3. Influenza culturale

A titolo d’esempio consideriamo le ormai diffuse politiche aziendali volte alla riduzione dell’utilizzo della plastica monouso.

In una delle aziende in cui ho lavorato anni fa, non c’erano né distributori d’acqua né erogatori. In quel periodo bevevo pochissimo, una volta finita l’acqua nella borraccia (o nella bottiglietta) dovevo uscire dall’ufficio per poter bere. Ora lavoro in Enel e nella sede di Roma, inizialmente, c’erano i distributori di bottigliette d’acqua, poi siamo passati all’erogatore di acqua microfiltrata (con i bicchieri di plastica) ed ora i bicchieri di plastica sono stati spodestati da quelli compostabili e, principalmente, dalle borracce distribuite gratuitamente dall’azienda, il tutto accompagnato da una campagna di comunicazione che spiegava l’importanza di cambiare abitudini ed il coerente posizionamento sostenibile di tutta l’azienda.

Adesso valutiamo i 3 fattori nelle situazioni appena descritte.

1.Impatto ambientale. Nel caso del distributore di bottigliette e dell’erogatore con i bicchieri di plastica, l’impatto di un’azienda con 100 dipendenti è di più di 22.000 bottigliette/bicchieri di plastica all’anno (assumendo che il numero di giorni lavorati sia 220 e che in media ogni dipendente usi una bottiglia/bicchiere al giorno). Se l’azienda è composta di 1.000 dipendenti il numero sale a 220.000 e così via. Più dipendenti ci sono, più il numero sale, così come i rifiuti. Prendiamo, quindi, le 3 aziende italiane che hanno il maggior numero di dipendenti: la prima EXOR SpA, che ha circa 307.637 dipendenti, con lo stesso calcolo di prima consumerebbe circa 67.680.140 bottigliette l’anno, la seconda Assicurazioni Generali SpA, che ha circa 71.327 dipendenti, 15.691.940 e la terza Enel SpA, che ha circa 68.842 dipendenti, 15.145.240. Solo queste 3 aziende, usando un calcolo approssimativo, arriverebbero a produrre circa 98.517.320 bottigliette l’anno. Capite ora la portata dell’eliminazione delle bottigliette in plastica dalle aziende.

2.Influenza negli usi e costumi. Come indica l’enciclopedia Treccani:
usi e costumi: Con questa duplice designazione erano indicate, nelle vecchie opere divulgative di etnografia o di geografia, le manifestazioni della vita pubblica e privata dei varî popoli della terra.
Se pensate che, in assenza di distributori d’acqua, le persone tendono ad abituarsi a non bere molto in ufficio ed a non farlo neanche fuori orario lavorativo (come è successo a me) e che, viceversa, quelli abituati all’uso della borraccia in ufficio, in maniera del tutto naturale, porteranno la borraccia con se quasi ovunque (come è successo a me!), capite bene che cosa intendo.

3.Influenza culturale. Pensiamo alla diffusione della borraccia in alternativa alla bottiglietta di plastica: quante persone posso coinvolgere in questo cambiamento col passa voce? Diciamo i parenti e gli amici, quindi in caso di famiglie numerose e molti amici potrei arrivare ad un’ ottantina di persone. Ma se ad influenzare è un’azienda, pensiamo sempre a quella di 100 dipendenti, parliamo di 100 nuclei familiari, quante persone saranno raggiunte direttamente o indirettamente dal messaggio? Facciamo il conto della massaia ed arriviamo a 8.000. E se l’azienda fosse di 1.000 dipendenti? Saliamo a 80.000 e così via.. (provate con i numeri delle Top3 che hanno più dipendenti). Chiaramente essere raggiunti dal messaggio non significa accettarlo e metterlo in pratica, per questo è importante che raggiunga più persone possibile.

E l’azienda, vi chiederete, che ci guadagna? Un vantaggio competitivo nel medio lungo periodo. Infatti, adottare fin da subito una strategia basata sulla sostenibilità permette all’azienda da un lato, di far fronte tempestivamente ai mutamenti del quadro normativo che negli anni diverrà sempre più stringente sui temi ambientali, mentre dall’altro, le consentirà di usufruire di importanti opportunità di mercato date dalle emergenti esigenze green dei consumatori orientati, sempre più, verso marche coerenti con il proprio sistema di valori, che, attualmente, spesso include il rispetto dell’ambiente, lo sviluppo sostenibile e l’etica (articolo molto interessante sul tema). Senza considerare che la sostenibilità (intesa come economica, ambientale e sociale), incide sulla reputazione dell’azienda e del brand, diventando così una leva competitiva rispetto alla concorrenza, con evidenti ritorni sul fatturato e sui margini, soprattutto se messa a sistema, interiorizzata e non gestita come mero strumento tattico (approfondimenti qui).

Quanto descritto finora mostra come una scelta aziendale possa impattare sull’ambiente, in termini di riduzione dei rifiuti, sulle abitudini dei dipendenti e dei suoi familiari, talvolta migliorandone anche la salute (per esempio, incoraggiandoli indirettamente ad idratarsi correttamente), sul piano culturale della società in cui opera ed infine sull’azienda stessa aumentandone la credibilità ed i profitti.

Vi rendete conto dell’impatto che si può avere spingendo l’azienda per cui lavorate e i colleghi ad essere più sostenibili?

Una best pratice adottata in un’azienda può diffondersi a più livelli nella società: è vero, non saremo famosi come gli influencer di youtube, ma possiamo comunque portare il buon esempio molto lontano, quindi facciamolo!

Quando consideri il numero di uomini che sono davanti a te, pensa a quanti ti seguono!” (Lucio Anneo Seneca)

di Daniela Errico

Ora che abbiamo la nostra fantastica bottiglietta in vetro per dissetarci ed il kit di barattolini in vetro per il pranzo, cosa ci mettiamo dentro?

Più in generale, come ci procuriamo i nostri pasti quotidiani da consumare a casa o da portare fuori?

Per rispondere alla domanda questa volta vi proporrò delle opzioni, perché, anche se alcune sono chiaramente più sostenibili e salutari, ricordiamoci sempre che siamo umani e che, anche se motivati ed organizzati, non sempre riusciamo ad adottare l’opzione che riteniamo la migliore, per motivi di tempo, energie, ma anche sociali.

Del resto, viviamo in un mondo in cui è ancora difficile sganciare le attività sociali dai pasti, i.e. aperitivo, pranzo e cena.

Opzione 1 – Cibo da asporto. La scelta più veloce e comoda, ma poco salutare (non sappiamo cosa c’è esattamente nel nostro piatto, in termini di ingredienti, né da dove proviene e tanto meno le condizioni igieniche con cui è stato preparato), poco economica (ovviamente come tutte le cose già pronte costa molto di più della somma dei costi dei singoli ingredienti) e poco sostenibile (principalmente perché viene consegnato in contenitori monouso). Il peggio del peggio insomma.

Opzione 2 – Mangio fuori. Per quanto riguarda gli ingredienti, la soluzione ha grosso modo le stesse incognite del precedente, ma ha di meglio che generalmente non ci sono i contenitori monouso ed in più rappresenta un’occasione per farsi una passeggiata e stare in compagnia. Ma il nostro essere sociale, deve per forza essere legato al cibo?

Opzione 3 – Cibo già pronto da riscaldare. Anche questa opzione ci semplifica la vita, magari costa anche un po’ di meno delle precedenti, ma ha grosso modo gli stessi lati negativi: è poco salutare, poco sostenibile (contenitori monouso) e, comunque, è più costosa della somma dei costi degli ingredienti che compongono il cibo.

Opzione 4 – Cibo quasi pronto, ma da cuocere. Rispetto alla precedente è un passo avanti, ma non basta, ci sono ancora “ingredienti” di troppo (tipo i conservanti) e dubbia provenienza e metodo di lavorazione di ciò che mangio. Posso fare meglio.

Opzione 5 – Parto dagli ingredienti grezzi e mi cucino un pasto fatto a mano. Naturalmente questa è l’alternativa più salutare e sostenibile, soprattutto se riesco a comprare bio a km0 e se ho tempo e voglia di cucinare! Lo so è quella che implica più sforzo, ma è anche quella che gratifica di più: mangio quello che voglio e come voglio sia cucinato! In più, mi sto prendendo cura di me stessa: mi sto volendo bene. E non è poco, fidatevi!

E’ chiaro che restando a casa magari viene più semplice adottare l’opzione 5 (ma non è sempre detto), mentre per il pranzo fuori casa, ‘mangiare fuori’ o ‘prendere cibo da asporto’ restano opzioni apparentemente allettanti, perché ci evitano fatica e stress.

Ma pensiamoci un momento: è davvero così?

Questi cibi spesso sono ricchi di grassi ed a scarso valore nutritivo, quindi alla lunga si ingrassa e si risente delle carenze di vitamine e minerali.

Risultato? Siamo stanchi, grassi e depressi.

Quindi forse non è la soluzione migliore, forse possiamo volerci bene ogni tanto e prepararci un pranzo “fatto a mano” con l’aggiunta di un pizzico di amore, che come la nonna ci ha insegnato, da quel sapore in più ad ogni ricetta!

Un ultimo consiglio: non dimentichiamoci mai che il passaggio da uno stile di vita da “consumatore” ad uno “ecosciente” richiede tempo e pazienza (Ricordate le dritte per il cambiamento..) quindi per cominciare cerchiamo di preferire il più possibile il cibo fatto in casa alle altre soluzioni, ma senza costringerci a farlo sistematicamente e senza flagellarci se non lo facciamo per una o più volte.

Procediamo sempre per gradi: per esempio, per quanto riguarda la settimana lavorativa, io ho iniziato col prepararmi il pranzo 2 volte a settimana, il lunedì ed il mercoledì, cucinando entrambi la domenica sera (fino a 3 giorni, in frigo si conservano un po’ tutti gli alimenti cotti). Poi sono passata a 3 giorni fissi ed uno flessibile (in funzione degli impegni di lavoro e non). Una dritta per la preparazione del pranzo infrasettimanale è quella di cucinare un po’ di più la sera e portarlo il giorno dopo per pranzo o anche due giorni dopo, in modo da non mangiare la stessa cosa due volte consecutive. Al momento il mio obiettivo è arrivare a 4 giorni su 5 lavorativi entro settembre: ho deciso di tenere un giorno libero per andare a pranzo con i colleghi che il pranzo non lo portano..ancora! Per il weekend, invece, la scelta è semplice: pranzo hand made a casa oppure visto il bel tempo: Pic-nic all’orto o al parco!!!

 

Non mangiate niente che la vostra bisnonna non riconoscerebbe come cibo.” (Michael Pollan, giornalista)

 

di Daniela Errico
E dopo aver risolto l’annoso problema del BERE (dissetarsi fuori casa) grazie ad un contenitore igienico, ecologico e, perché no, bello esteticamente (perché il vetro è bello sempre) passiamo ai contenitori per il pranzo fuori casa.

Anche questa volta vi racconterò per fasi come il mio pranzo al sacco sia cambiato, perché trovare una soluzione ottimale richiede tempo, creatività e voglia di sperimentare.

Fase 1 – Tanto mi compro una cosa al volo. Un pezzetto di pizza/un panino/un piatto caldo. Semplice e più o meno immediato, è vero, ma poco salutare e poco economico, specie se questa abitudine viene adottata sistematicamente ogni giorno.

Fase 2 – Mi preparo il pranzo in pratiche vaschette di plastica per alimenti. Quando ho realizzato di aver preso peso, speso… abbastanza… e considerando anche la qualità discutibile di alcuni pasti, ho capito che era giunta ora di cambiare abitudine. Ho iniziato a preparare una parte dei pasti da casa e a portarli in ufficio in contenitori di plastica per alimenti. Ma anche qui sono sorti i soliti tre dubbi: Per quanto tempo può essere riutilizzato un contenitore per alimenti in plastica? (accidenti ne ho uno che ha più di 10 anni!) Se li butto periodicamente, quanta spazzatura produco? Ma siamo sicuri che il cibo, che resta nel contenitore per almeno per 5 ore (se lo prepari la mattina, altrimenti parliamo di almeno 13-14 ore), non sia poi contaminato da particelle nocive rilasciate dalla plastica?

Fase 3 – Proviamo le vaschette per il cibo in vetro. Decisamente più igieniche e sicure dal punto di vista della “perdita di particelle”, se ne trovano di tutte le dimensioni e forme, possono andare in lavastoviglie, forno e forno a microonde. Hanno solo un paio di pecche: il peso, generalmente il vetro di cui sono fatte è molto spesso e quindi già da vuote sono pesantucce, e il tappo “poco ermetico”, spesso infatti è un coperchio in plastica o silicone che non chiude ermeticamente la vaschetta, che di conseguenza perde liquidi durante il tragitto casa-ufficio-zona pranzo.

Fase 4 – Dal pranzo al sacco al pranzo in barattolo. Lo so suona strano, ma.. provare per credere! Partiamo dalla considerazione che usando un barattolo di vetro, ridaremo nuova vita ad un contenitore che invece sarebbe stato buttato.. è vero lo avremmo riciclato, ma così per essere riutilizzato avremmo dovuto aspettare il termine di tutto il processo di riciclo (leggi: tempo, energia e costi aggiuntivi). Invece, così, basta una bella lavata: et voilà, pronto per l’uso! Riciclo a tempo zero! In più, oltre all’aspetto “zero waste” e quello igienico, usando il barattolo ho risolto anche il problema delle perdite di liquido: il tappo infatti è a chiusura ermetica. Non solo! A parità di capienza, il barattolo è decisamente più leggero del contenitore in vetro che usavo prima. Infine, per gli amanti del tetris, scegliendo con cura i barattoli da usare per verdure, primo e/o secondo, li si possono incastrare facilmente in borsa o nello zainetto separatamente, perchè rispetto agli altri contenitori si sviluppano più in lunghezza che in larghezza.

Un paio di consigli: il barattolino con la “bocca larga“, basso e largo (quello dei peperoni sottolio, tipicamente) è molto comodo per contenere i primi, ma anche se volete portarvi una zuppetta in cui intingere i crostini, mentre quello più alto con la bocca stretta è molto adatto per il brodo vegetale o passati di verdura molto liquidi (funge perfettamnete da bicchiere), invece, i barattoli via di mezzo, cioè alti ma con la bocca larga (di solito quelli della marmellata) sono comodi per le verdure ripassate, infine, i barattolini piccini (tipo quelli degli omogeneizzati o del miele) sono utilissimi per il trasporto dei condimenti tipo limone già premuto, aceto balsamico o per quel goccio di brodino che serve a sciogliere la minestra! E se poi temete che muovendosi in borsa possano urtare uno contro l’altro e rompersi o fare rumore, basta un tovagliolino di stoffa (io uso quello che mi porto come tovaglietta) ed il problema è risolto.

Concludo con la solita nota estetica, perchè, vi dirò, il pranzo in barattolo è bello anche esteticamente!

Come sempre vi invito a suggerire nuove soluzioni o condividere le vostre esperienze!

di Daniela Errico

Essere Ecosciente, per me, significa sforzarsi, giorno dopo giorno, di essere coscienti del mondo che ci circonda cercando di individuare le azioni utili al miglioramento della qualità della propria vita e di quella degli altri (in senso lato i.e. natura ed animali inclusi).

Questa consapevolezza ha generato inevitabilmente una serie di cambiamenti nella mia esistenza, che, però, non sono stati immediati: hanno necessitato di più passi per realizzarsi.

Ho deciso pertanto di raccontarvi l’evoluzione di alcune abitudini della mia vita da Ecosciente, ripercorrendo le fasi  che hanno portato al cambiamento.

Cominciamo con il “Dissetarsi fuori casa“, una pratica molto diffusa tra gli umani, comunemente nota come: bere.

Fase 1 – Bevo occasionalmente. In questa fase bevevo veramente poco: per strada, alla fontanella (quando la trovato) o al bar; in ufficio, invece, bevevo una o due bottigliette d’acqua comprate al distributore automatico, quando c’era, altrimenti, giusto una, se mi ricordavo di comprarla in pausa pranzo.

Fase 2 – Riciclo infinito della bottiglietta di plastica. Quando ho capito che bere poco non faceva bene alla mia salute e che comprare 2-3 bottigliette di plastica al giorno per bere un litro/litro e mezzo d’acqua produceva una montagna rifiuti inutili (circa 15 a settimana, 300 al mese, 3300 l’anno…) ho pensato bene che mi sarebbe bastato “riciclare” una bottiglietta più volte. Si, ma quante volte si può riutilizzare una bottiglietta che in teoria sarebbe monouso?

Fase 3 – Uso un thermos o una borraccia di acciaio. Visto che la bottiglietta di plastica non è riciclabile all’infinito e che ad oggi non sono convinta esista una plastica che non rilasci (alla lunga) particelle plastiche nell’acqua, ho deciso di passare direttamente al thermos prima e  borraccia in acciaio dopo: problema risolto..o almeno così credevo! Perché in realtà il tappo del thermos e quello della borraccia sono in plastica, mentre la filettatura è di metallo, quindi alla lunga il tappo perde la filettatura ed il contenitore perde liquidi. Inoltre, se la bocchetta è stretta, pulire l’interno non è molto agevole e visto che l’esterno è colorato, non è possibile verificare lo stato interno del contenitore. Come faccio a sapere se è pulito bene?

Fase 4 – La svolta: La bottiglietta in vetro. Al momento questa è l’ultima fase dell’evoluzione, ma non escludo potrebbero essercene altre in futuro, più adatte alle mie esigenze. Consiste nel riuso di una bottiglietta in vetro che prima conteneva del succo di frutta. Il tappo è di metallo (come quello dei barattoli) quindi non si rovina con l’uso e non permette perdite di liquido, inoltre il contenitore è di vetro per cui si può constatare ad occhio nudo lo stato di pulizia o di calcare presente all’interno e si può pulire/smacchiare/decalcificare(=togliere il calcare) in modo naturale ed ecologico usando aceto e/o bicarbonato. E per finire non rilascia sostanze tossiche nell’acqua.

Con l’ultima fase ho soddisfatto il mio bisogno di acqua a portata di mano, igiene del contenitore, durevolezza, riciclabilità, zero waste ed anche estetica!

Meglio di così, si accettano suggerimenti! 🙂

ProssimamenteLe 4 Fasi dell’evoluzione del Pranzo al Sacco..



di Daniela Errico

Dopo la bella esperienza che vi ho raccontato in “Orti Urbani: A veder zappare viene voglia!” ho deciso di dare una mano ai coordinatori del Corso di Piccolo Ortista organizzato negli Orti Urbani Garbatella.
Considerando che l’attività consiste nel piantare, curare e raccogliere i frutti della terra, il corso è stato pensato per i bambini di età compresa tra i 5 e gli 11 anni, tuttavia già dal primo incontro (il primo di quattro) ci siamo ritrovati davanti un piccolo gruppo di bimbi di età inferiore ai 5 anni.

E quindi..Ricalcolo!

Perché la domanda nasce spontanea: a che età i bambini sono in grado di capire e relazionarsi con la terra, le piante e gli insetti? Ora come ora, direi proprio che non c’è un limite!

Tuttavia bisogna riorganizzare la forma con cui gli si fa fare l’esperienza. Quindi siamo partiti da un concetto molto semplice: i sentieri. Perché? E’ semplice, bisogna stare attenti a non pestare le giovani piantine e rispettare il lavoro di chi le ha coltivate e se ne prende cura ogni giorno. I bambini questo concetto lo capiscono benissimo, se glielo spieghi. Quindi, niente di meglio di un bel giretto tra gli orti per toccare con mano un sentiero ed imparare a distinguerlo da un orto ed intanto guardarsi intorno cercando di riconoscere le piante.

E poi già che ci siamo perché non fare qualche domanda agli ortisti intenti a curare l’orto? Inizialmente un po’ timidi, una volta dato loro l’esempio, facendo le prime domande, i piccoli hanno preso coraggio ed hanno iniziato a verbalizzare le loro curiosità. E’ incredibile vedere come l’esempio di uno riesca a dare coraggio all’altro! Basta che un bimbo faccia una domanda che subito un altro si accoda. Chiaramente ci sono anche bimbi molto timidi per cui il livello di coinvolgimento resta comunque molto personale, ma poi tutti sono attenti alle risposte, anche i più introversi. La natura li affascina.
Mi ha colpito molto la concretezza delle loro domande, legate fondamentalmente a ciò che vedevano (perché c’è la paglia sul terreno? Cos’è questa pianta? perché l’hai piantata lì?). Sono curiosi osservatori e ne sanno più di quanto ti aspetti, per esempio, quando siamo passati vicino all’alveare ed ho chiesto loro se sapevano quali fossero e a che servissero quegli insetti hanno risposto, orgogliosi di saperlo, che erano api e che producono miele. Collegavano, esaltati, quanto visto nei loro libri con quanto vedevano dal vivo. Qualcuno ha riconosciuto anche qualche albero da frutto, quando ci siamo passati vicino, ed ha coinvolto gli altri nel riconoscimento del frutto (limone).
Sorprendente il successo riscosso dall’albero di fico ed in particolare dal “fichino” (frutto piccolo appena spuntato), che ha affascinato tutti i bambini! (la visita al fichino è diventata una tappa obbligatoria del tour!)

Ma ora un po’ di pratica!
Visto che l’ortista ci aveva spiegato che mettere la paglia intorno ad una piantina è utile, perché la ripara dal freddo, in inverno, e dal caldo, facendole ombra e trattenendo l’acqua, d’estate: siamo andati a mettere la paglia sulle piantine!
Entusiasti e divertiti hanno messo la paglia, forse in maniera non troppo precisa, ma se glielo facevi notare si prodigavano per sistemarla meglio! L’attenzione messa nel cercare di fare al meglio quello che gli indicavi, mi ha stupito.
Verrebbe da chiedersi: se non ricevono un premio a farlo per bene, perché s’impegnavano così tanto?
Semplice: perché si sono appassionati!

Infine hanno piantato un ravanello, acquisendo consapevolezza del perché e quale parte va sotto terra e quale va lasciata fuori, perché prenda luce e calore. Reazione: incantati e soddisfatti!

E per finire foto ricordo di questa bella esperienza, tutti insieme e con le piantine appena piantate!

 

L’obiettivo finale dell’agricoltura non è la coltivazione di colture, ma la coltivazione e la perfezione degli esseri umani.” Masanobu Fukuoka



di Daniela Errico

Ultima domenica di Carnevale, prima domenica di marzo: finalmente la temperatura era diventata mite ed il sole splendeva alto nel cielo: una giornata stupenda. Perfetta per zappettare!

Per questo, noi dell’orto collettivo eravamo lì di buon mattino (non troppo presto però!) per mettere lo stallatico sul terreno, zappato e rivoltato la settimana prima, e preparalo così alla semina. Ma, mentre noi ci accingevamo all’ingrato compito (lo stallatico, essendo concime organico, non profuma esattamente di gelsomini..), nell’area picnic, che si trova all’interno dell’area degli orti e praticamente a poco più di un paio di metri dal nostro orto, un gruppodi adulti e bambini si preparavano ad una festa di compleanno/carnevale. E quindi.. ricalcolo!

Abbiamo deciso unanimemente di non appestare la gioia di quella festa con gli effluvi dello stallatico e ci siamo messi ad estirpare un po’ d’erbacce nell’orto. Le erbacce ci sono: sempre. In qualunque giorno dell’anno e con qualsiasi temperatura! Credo che l’attività più frequente nella gestione dell’orto sia estirpare le erbacce.

Dopo un po’ che strappavamo erbacce, la festa ha iniziato ad animarsi di bambini di età compresa tra i 5 ed gli 8 anni prevalentemente in maschera. Poi un gruppetto di 4 bambini si è messo ad osservare attentamente il lavoro di Laura, uno dei membri dell’orto collettivo, intenta ad estirpare le erbacce di cui sopra (tra cui malva e menta, lo sapevate? sono erbacce per chi coltiva). Erano attentissimi a ciò che faceva ed alla fine una di loro ha preso coraggio ed ha chiesto di partecipare. E così Laura si è trovata circondata da bimbe che strappavano erbe a caso. Nooo quello è prezzemolo!!! Giù le manine!!

Intanto io avevo deciso di cambiare la vanga con una zappa per migliorare le mie prestazioni come estirpatrice di erbacce ostiche (ebbene sì, ci sono erbacce dalle radici lunghissime! La malva per esempio) ma, mentre percorrevo il sentiero che serpeggia tra gli orti mi sono sentita osservata.. mi sono voltata e mi sono ritrovata ad essere la capofila di un gruppo di 5 bambine, che mi seguivano ordinatamente in fila indiana e che alla mia domanda “ma che state facendo?” hanno risposto con candore “ti seguiamo no?!” … e quello era evidente..

Distolta, allora, la loro attenzione del capanno degli attrezzi, le ho riportate verso la festa, ma immediatamente è scattata la l’offerta di “aiuto nell’estirpare le erbacce”. E che dici di no a quegli occhioni da cerbiattini?

E così mi sono ritrovata caposquadra di un gruppo di estirpatrici in erba ed in maschera! (vedi immagine di copertina)

Erano così piene di entusiasmo e voglia di fare, ma anche un po’ troppo irruenti nello strappare tutto ciò che sembrava un’erbaccia (e dichiamocelo, a momenti abbiamo difficoltà noi a distinguere le erbacce dalle piantine che abbiamo piantato, figuriamoci loro!) per cui ho deciso che ci saremmo dedicate alla pulizia degli spazi comuni (i sentieri tra un orto e l’altro), che sono notoriamente pieni di erbacce da strappare. “Però” ho affermato “i fiorellini potete tenerli o regalarli”, e così ho ricevuto un fiorellino.. mi sono commossa!

Guardare i bambini a lavoro, (si avete letto bene, per loro era “lavoro, mica stiamo giocando” cit.) è affascinante e molto educativo. Sono attenti, consapevoli, ci tengono a fare bene le cose, per questo si fanno guidare. Ho detto loro di stare attenti a non farsi male ed a non far male agli altri. “La sicurezza sul lavoro è importante” ripetevano in coro. Ho fatto loro notare che faceva caldo e perciò dovevano fare delle pause e bere per idratarsi. E loro l’hanno fatto, tutti insieme sono andati a bere, chiamando anche chi non si era mosso subito. Mi ha stupito la consapevolezza con cui, di volta in volta, valutavano le mie indicazioni, il loro attuarle fedelmente una volta capite e condivise, il modo con cui si prendevano cura l’uno dell’altra. Ma al contempo non hanno mai smesso di essere bambini che si stavano divertendo stando all’aria aperta, a contatto con la terra, in gruppo, facendo qualcosa di utile. Ridevano, si prendevano anche un po’ in giro, ma ciò non impediva loro di essere concentrati e far bene il loro lavoro. Perché, sì hanno fatto proprio un buon lavoro.

Avremmo tanto da imparare solo osservando i bambini all’opera, ma avremmo anche tanto da insegnargli se avessimo la pazienza di dedicargli il tempo necessario.

Porterò sempre nel cuore questa simpatica ed emozionante esperienza ed ho piacere di concludere il mio racconto con una citazione che Eleonora, anche lei del gruppo dell’orto collettivo, mi ha riferito mentre le raccontavo questo divertente episodio: “Continua a piantare i tuoi semi, perché non saprai mai quali cresceranno – forse lo faranno tutti.” A. Einstein



di Daniela Errico

Il 15 marzo 2019 in più di 2.000 città, in oltre 120 Paesi, si è svolto lo sciopero mondiale per il futuro.

Persone di tutte le età, prevalentemente giovani, sono scesi in piazza per gridare a pieni polmoni, in senso proprio e figurato, che gli sia dato ascolto: che il futuro della Terra, il loro futuro sia tutelato. Non rimane molto tempo per agire, quasi ogni giorno viviamo gli effetti devastanti dei cambiamenti climatici.

Se non agiamo ora, non ci sarà più tempo per farlo, questo gli studenti in piazza lo hanno capito.

Da tempo non sono più una studentessa, ma in piazza c’ero anche io insieme ad alcuni miei colleghi ecoscienti, abbiamo preso il giorno di ferie, oppure siamo venuti durante la pausa pranzo usando un permesso. Perchè benchè siano stati i giovani il cuore di questa protesta, i cambiamenti climatici riguardano tutti. Non possiamo più nasconderci dietro all’illusione che la cosa non ci riguardi perchè tanto moriremo di vecchiaia prima, perchè non è più così.

Dunque eccoci tutti in piazza insieme a questi ragazzi, i loro docenti ed i genitori a chiedere a gran voce un impegno concreto ed immediato ai governi di tutto il mondo.

La situazione è seria, tuttavia non sono demoralizzata, l’energia e la grinta che ho sentito in quella piazza, mi hanno rincuorato. Perchè non siamo più i soliti “4 gatti fissati con l’ambiente a manifestare non si sa bene per cosa visto che il buco nell’ozono non esiste“, oggi il livello di attenzione è più alto, finalmente sembra che si stia diventando consapevoli di ciò che ci accade intorno. Per questo sono fermamente convinta che possiamo fare ancora qualcosa.

Il 15 marzo è stato un momento importante nelle piazze di tutto il mondo, perchè ci siamo uniti in quanto umanità che si mobilita per la salvaguardia del suo Pianeta, della sua Casa.

di Daniela Errico

La definizione più comune di “Orto Urbano” recita: spazio verde di proprietà comunale la cui gestione è affidata per un periodo di tempo limitato ai singoli cittadini.

Il che significa che, dove ci sono gli orti urbani, ognuno di noi ha la possibilità di diventare contadino urbano part-time (o full-time)!

Io sono una contadina urbana part-time da circa 6 mesi e mai avrei immaginato quanto potesse essere soprendente questa esperienza!

Premetto che mi ha sempre affascinato l’idea di coltivare un lotto di terra: ho sempre amato stare a contatto con la natura e trovo che prendersi cura di una pianta seguendone la crescita giorno dopo giorno susciti una tale varietà di emozioni che è difficile tradurle in parole. Per questo, quando, dopo il mio trasferimento a Garbatella, ho scoperto che vicino alla mia nuova casa c’erano gli Orti Urbani Garbatella ho presentato la richiesta nella speranza di avere un pezzettino di terra tutto mio da poter coltivare e curare come volevo.

Ma non c’erano abbastanza lotti per tutti i richiedenti, per cui a me ed altri 7 aspiranti ortisti è stato assegnato un Orto Collettivo.

Che cosa significa?

In pratica: otto perfetti sconosciuti di diverse età e professionalità costretti a gestire insieme un unico lotto di terra.

Devo riconoscere che sulle prime sono rimasta un po’ delusa di non aver ricevuto il mio personale pezzo di terra, in più temevo che avremmo litigato per decidere sul da farsi. Del resto, mettere d’accordo otto amici per andare a cena fuori non è un’impresa facile, figurarsi gestire un orto con otto estranei!

Ma mi sbagliavo.

La prima volta che ci siamo incontrati per iniziare i lavori ho avuto la sensazione che fossimo tutti un pò a disagio, tuttavia dinanzi a noi c’era il nostro Orto Collettivo: circa 40mq di terra ricoperti da erbacce incolte, piante secche e ortaggi marci. Non c’era tempo per le pippe mentali, per cui ci siamo rimboccati le maniche (in senso proprio e figurato) ed abbiamo iniziato a strappare e zappare. Nessuno di noi aveva mai avuto in cura un orto fino a quel momento, per cui ci consultavamo spesso per cercare di capire cosa fare e questo ci ha aiutato a rompere il ghiaccio. Dopo un paio d’ore a zappare il senso di estraneità era scomparso magicamente. Eravamo insicuri in quello che facevamo, ma non eravamo soli nella nostra impresa, non lo siamo mai stati in questi mesi. Mi ha sorpreso non essermi mai sentita come se fossimo abbandonati a noi stessi, perchè sin dal primo giorno siamo stati supportati dai curatori degli orti e dagli ortisti più anziani (in senso di esperti), questi ultimi vedendoci in difficoltà ci hanno spesso dato suggerimenti ed informazioni utili anche senza che lo chiedessimo. Proprio pochi giorni fa, un’ortista senior ci ha spiegato, con tanto di dimostrazione pratica, come maneggiare una “vanga“.

E pensare che due mesi fa neanche la conoscevo la differenza tra una vanga ed una pala!

Comunque anche se all’inizio eravamo timidi e ci era difficile chiedere aiuto, col tempo siamo cambiati, direi che ci siamo aperti ed abbiamo iniziato noi a cercare (quasi in stile agguato) l’esperto di turno per un consiglio, soprattutto quando non riusciamo a capire se un ortaggio è da cogliere o bisogna aspettare ancora un pò.

Curare un orto è faticoso, richiede tempo, energie, pazienza e costanza. E’ dura perchè non puoi mai prenderti una pausa o rimandarne la cura: la natura ha i suoi tempi e se non li rispetti, niente raccolto. Tuttavia l’essere in otto ed essere così diversi, anche sotto il profilo occupazionale, si è dimostrata la nostra maggiore, inaspettata, risorsa: in maniera del tutto spontanea abbiamo iniziato a dividerci ed alternarci nei vari compiti e, pur mantendo un incontro tutti insieme nel weekend, ognuno di noi, in maniera del tutto autonoma, può passare in settimana ad innnaffiare o togliere le erbacce. Se qualcuno per qualche motivo non può venire all’orto per un pò di tempo, sa che ci sarà qualcuno a prendersene cura. Che le piantine avranno acqua quando ne avranno bisogno, che qualcuno strapperà le erbacce. E’ rassicurante sapere che ci sono altre sette persone che come te hanno a cuore il benessere di quel pezzo di terra e delle sue piantine!

L’esperienza fatta in questi mesi, ci ha permesso di ritrovare il contatto con la natura, il rispetto per la terra, le piante e gli insetti che la popolano, come per i lombrichi, passati da esseri schifosi, a creature preziose, perchè contribuiscono alla fertilità della terra, ma anche di riscoprire il “noi“, il “nostro orto”, le “nostre piantine” il nostro “essere una comunità“, nel senso proprio ed etimologico della parola, dal lat. communĭtas -atis “comunanza”: insieme di persone che hanno comunione di vita sociale.

Perchè sorprendentemente zappando e coltivando è emerso qualcosa di più importate dei nostri singoli “io” : un senso comunitario, di collettività che ha legato non solo noi otto, ma anche noi al resto degli ortisti.

Per cui ecco cosa sento che siamo oggi: una comunità. Una comunità aperta che a sua volta coinvolge tutti coloro che si trovano a passare per gli orti e manifestano interesse o semplicemente curiosità per ciò che facciamo, siano essi adulti o bambini, uomini o donne.

Un vecchio proverbio recita:”ognuno guarda solo al suo orticello“, ma la mia esperienza mi ha dimostrato tutt’altro, ovverosia che “Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto.” (John Donne, Da a Meditazione XVII in Devozioni per occasioni d’emergenza, Editori Riuniti, Roma, 1994).

      

L’orto prima e dopo la “pulizia” e la zappatura. 

   

La nostra prima semina (eravamo in ritardo per cui abbiamo comprato delle piantine già un pò cresciute) ed una delle quattro cassette del nostro primo raccolto

 

*La citazione del titolo è di Omero

di  Piera Savino

Riflessioni preparatorie alla Settimana Europea di Riduzione Rifiuti 17 – 25 novembre 2018.

Da qualche tempo ho iniziato in modo sistematico a ridurre i rifiuti e questo ha avuto una serie inaspettata di effetti benefici su di me.

Vantaggi pazzeschi! Più tempo libero, più risparmi, armadio più gestibile, meno sacchetti della spazzatura da buttare. Considerate che oramai nelle grandi città trovare posto per i rifiuti è difficile come trovare parcheggio….

E anche se siamo fortunati perché abbiamo differenziato tutto per bene ci dobbiamo rendere conto che i nostri rifiuti non finiscono dove vorremmo e cioè  non svaniscono  nel nulla senza far danni….…..

Ce li ritroviamo tranquillamente nel piatto, nell’aria, o in qualche paese del terzo mondo che paghiamo per tenersi la nostra robaccia.

Ci sono amministrazioni più o meno virtuose, cittadini più  o meno educati ma se riduciamo non sbagliamo mai!!

Intanto…godetevi questo video di Greenpeace proprio sull’argomento!!

https://www.youtube.com/watch?v=eWPVyirnbe0

di Daniela Errico

Oggi vorrei raccontarvi un Sabato mattina di fine estate diverso dagli altri.

Sveglia alle 7:00, come nei giorni i cui si lavora,  e dopo una bella colazione, armati di scope, palette, raschietti e vernice, ci si vede tutti da Carlotta. Chi è Carlotta?

Carlotta è una Fontana dal volto di donna dai lunghi capelli ondulati edificata negli anni ’30 a lato di una scalinata che attraversa il verde dei lotti di Garbatella. Era il ritrovo degli innamorati dell’anteguerra e forse lo è ancora oggi, a giudicare dalle scritte sui muri, ma è anche il punto di incontro di gruppi di amici, soprattutto nelle calde notti d’estate.

Nonostante l’affetto che Carlotta sembra suscitare nelle persone, il rispetto, quello forse manca. Più volte vandalizzata negli anni, infestata da erbacce e dai rifiuti ed imbrattata dalle scritte, Carlotta mi si è presentata così Sabato mattina: come un ritrovamento archeologico che fa capolino in una zona abbandonata. Forse, la metafora è un pò esagerata, ma non saprei in che modo rendere la sensazione  che ho provato. La sensazione di osservare qualcosa che sai essere bello, ma che così non appare a causa di ciò  che lo copre.  Come una moneta antica incrostata d’argilla. Tu lo sai che una volta pulita e lucidata, brillerà come una stella.

Credo che sia questo sentimento ad aver spinto i volontari del Comitato di Quartiere Garbatella in collaborazione con l’associazione Retake ad organizzare una mattinata di “decoro” a Garbatella per ripulire Carlotta dai rifiuti, le erbacce e le scritte sui muri (ovviamente abbiamo usato i colori originali, gentilmente forniti da Ama).

Quanto a me, sono sempre stata combattuta, immagino come tanti, sull’annoso tema del “chi” deve pulire: insomma paghiamo le tasse regolarmente, per  cui ci aspetteremmo, tra gli altri, un servizio di pulizia e manutenzione delle strade e dei parchetti, ma soprattutto di gioiellini come Carlotta. Quindi perchè dovrei pulire io?

Non posso che rispondervi come ho risposto a me stessa (giusto o sbagliato che sia): perchè voglio vedere lo splendore che c’è sotto la spazzatura e le erbacce, perchè quello splendore, dopo una dura giornata di lavoro, mi fa stare bene. Allevia la mia stanchezza, affranca il mio spirito.  Perchè sono stanca di sentirmi impotente ed inascoltata, costretta a vivere nella “bruttura” perchè le persone che fanno il loro dovere sono poche e spesso sono schiacciate da dinamiche di potere. Sono stanca di lamentarmi con amici, parenti e conoscenti, ma anche estranei per strada, del degrado che mi circonda. Stanca che non cambi mai nulla. E allora devo cambiare io, devo fare qualcosa che finora non ho fatto.

E così eccomi lì, insieme a tutti i volontari a “recuperare” la bellezza di Carlotta.

E’ stata una mattinata faticosa ma gratificante, all’ora di pranzo la scalinata e la fontana sembravano aver acquisito un nuovo splendore (giudicate voi dalla foto ^_^ ) .

Mentre lavoravamo molti si sono fermati a guardarci, alcuni hanno fatto domande, stupiti dal fatto che stessimo facendo gli “spazzini”, qualcuno ci ha ringraziato.

Poi è successo qualcosa che non mi aspettavo: alcuni di quelli che ci “guardavano” lavorare hanno deciso di “fare”.

Qualcuno ci ha prestato gli attrezzi per lavorare, qualcun altro ci ha portato caffè e biscotti per rinfrancarci, infine qualcuno si è unito a noi e ci ha aiutato coi lavori. Anche due bambini, insieme ai loro genitori, hanno contribuito a coprire le scritte sul muro della scalinata.

Cosa dire se non che: “ciascuno per i propri talenti agisce e contribuisce al miglioramento della qualità della  vita.”

A volte non servono le parole, ma solo agire.

E a chi ci ha apostrofato con un “ma che lo fate a fare? tanto domani sarà sporco di nuovo”. Mi sento di dire che io non lo so come sarà domani, ma so che oggi sarà Meravigliosa!

 

Link:

Comitato di quartiere Grabatella

Retake Roma S.Paolo & Garbatella