di Daniela Errico

Il 15 marzo 2019 in più di 2.000 città, in oltre 120 Paesi, si è svolto lo sciopero mondiale per il futuro.

Persone di tutte le età, prevalentemente giovani, sono scesi in piazza per gridare a pieni polmoni, in senso proprio e figurato, che gli sia dato ascolto: che il futuro della Terra, il loro futuro sia tutelato. Non rimane molto tempo per agire, quasi ogni giorno viviamo gli effetti devastanti dei cambiamenti climatici.

Se non agiamo ora, non ci sarà più tempo per farlo, questo gli studenti in piazza lo hanno capito.

Da tempo non sono più una studentessa, ma in piazza c’ero anche io insieme ad alcuni miei colleghi ecoscienti, abbiamo preso il giorno di ferie, oppure siamo venuti durante la pausa pranzo usando un permesso. Perchè benchè siano stati i giovani il cuore di questa protesta, i cambiamenti climatici riguardano tutti. Non possiamo più nasconderci dietro all’illusione che la cosa non ci riguardi perchè tanto moriremo di vecchiaia prima, perchè non è più così.

Dunque eccoci tutti in piazza insieme a questi ragazzi, i loro docenti ed i genitori a chiedere a gran voce un impegno concreto ed immediato ai governi di tutto il mondo.

La situazione è seria, tuttavia non sono demoralizzata, l’energia e la grinta che ho sentito in quella piazza, mi hanno rincuorato. Perchè non siamo più i soliti “4 gatti fissati con l’ambiente a manifestare non si sa bene per cosa visto che il buco nell’ozono non esiste“, oggi il livello di attenzione è più alto, finalmente sembra che si stia diventando consapevoli di ciò che ci accade intorno. Per questo sono fermamente convinta che possiamo fare ancora qualcosa.

Il 15 marzo è stato un momento importante nelle piazze di tutto il mondo, perchè ci siamo uniti in quanto umanità che si mobilita per la salvaguardia del suo Pianeta, della sua Casa.

di Daniela Errico

Contemporaneamente alla manifestazione del 15 marzo 2019, svoltasi in più di 2000 città in tutto il mondo, un’altro tipo di manifestazione ha avuto luogo sul Web.

Una protesta virtuale: #kidlit4climate , lanciata da Emma Reynolds, illustratrice inglese di libri per bambini. Emma ha esortato gli illustratori di libri per bambini di tutto il mondo a partecipare con un disegno a questa protesta, come forma di solidarietà verso i ragazzi che da settimane scioperavano affinchè i governi di tutto il mondo s’impegnassero seriamente al contrasto dei cambiamenti climatici.

 

Anche noi Ecoscienti abbiamo partecipato a questa protesta virtuale, con Gea, la nostra mascotte!

il video lo trovate al seguente link:

ttps://twitter.com/kidlit4climate/sthatus/1106518876374863872/video/1

di Daniela Errico

La definizione più comune di “Orto Urbano” recita: spazio verde di proprietà comunale la cui gestione è affidata per un periodo di tempo limitato ai singoli cittadini.

Il che significa che, dove ci sono gli orti urbani, ognuno di noi ha la possibilità di diventare contadino urbano part-time (o full-time)!

Io sono una contadina urbana part-time da circa 6 mesi e mai avrei immaginato quanto potesse essere soprendente questa esperienza!

Premetto che mi ha sempre affascinato l’idea di coltivare un lotto di terra: ho sempre amato stare a contatto con la natura e trovo che prendersi cura di una pianta seguendone la crescita giorno dopo giorno susciti una tale varietà di emozioni che è difficile tradurle in parole. Per questo, quando, dopo il mio trasferimento a Garbatella, ho scoperto che vicino alla mia nuova casa c’erano gli Orti Urbani Garbatella ho presentato la richiesta nella speranza di avere un pezzettino di terra tutto mio da poter coltivare e curare come volevo.

Ma non c’erano abbastanza lotti per tutti i richiedenti, per cui a me ed altri 7 aspiranti ortisti è stato assegnato un Orto Collettivo.

Che cosa significa?

In pratica: otto perfetti sconosciuti di diverse età e professionalità costretti a gestire insieme un unico lotto di terra.

Devo riconoscere che sulle prime sono rimasta un po’ delusa di non aver ricevuto il mio personale pezzo di terra, in più temevo che avremmo litigato per decidere sul da farsi. Del resto, mettere d’accordo otto amici per andare a cena fuori non è un’impresa facile, figurarsi gestire un orto con otto estranei!

Ma mi sbagliavo.

La prima volta che ci siamo incontrati per iniziare i lavori ho avuto la sensazione che fossimo tutti un pò a disagio, tuttavia dinanzi a noi c’era il nostro Orto Collettivo: circa 40mq di terra ricoperti da erbacce incolte, piante secche e ortaggi marci. Non c’era tempo per le pippe mentali, per cui ci siamo rimboccati le maniche (in senso proprio e figurato) ed abbiamo iniziato a strappare e zappare. Nessuno di noi aveva mai avuto in cura un orto fino a quel momento, per cui ci consultavamo spesso per cercare di capire cosa fare e questo ci ha aiutato a rompere il ghiaccio. Dopo un paio d’ore a zappare il senso di estraneità era scomparso magicamente. Eravamo insicuri in quello che facevamo, ma non eravamo soli nella nostra impresa, non lo siamo mai stati in questi mesi. Mi ha sorpreso non essermi mai sentita come se fossimo abbandonati a noi stessi, perchè sin dal primo giorno siamo stati supportati dai curatori degli orti e dagli ortisti più anziani (in senso di esperti), questi ultimi vedendoci in difficoltà ci hanno spesso dato suggerimenti ed informazioni utili anche senza che lo chiedessimo. Proprio pochi giorni fa, un’ortista senior ci ha spiegato, con tanto di dimostrazione pratica, come maneggiare una “vanga“.

E pensare che due mesi fa neanche la conoscevo la differenza tra una vanga ed una pala!

Comunque anche se all’inizio eravamo timidi e ci era difficile chiedere aiuto, col tempo siamo cambiati, direi che ci siamo aperti ed abbiamo iniziato noi a cercare (quasi in stile agguato) l’esperto di turno per un consiglio, soprattutto quando non riusciamo a capire se un ortaggio è da cogliere o bisogna aspettare ancora un pò.

Curare un orto è faticoso, richiede tempo, energie, pazienza e costanza. E’ dura perchè non puoi mai prenderti una pausa o rimandarne la cura: la natura ha i suoi tempi e se non li rispetti, niente raccolto. Tuttavia l’essere in otto ed essere così diversi, anche sotto il profilo occupazionale, si è dimostrata la nostra maggiore, inaspettata, risorsa: in maniera del tutto spontanea abbiamo iniziato a dividerci ed alternarci nei vari compiti e, pur mantendo un incontro tutti insieme nel weekend, ognuno di noi, in maniera del tutto autonoma, può passare in settimana ad innnaffiare o togliere le erbacce. Se qualcuno per qualche motivo non può venire all’orto per un pò di tempo, sa che ci sarà qualcuno a prendersene cura. Che le piantine avranno acqua quando ne avranno bisogno, che qualcuno strapperà le erbacce. E’ rassicurante sapere che ci sono altre sette persone che come te hanno a cuore il benessere di quel pezzo di terra e delle sue piantine!

L’esperienza fatta in questi mesi, ci ha permesso di ritrovare il contatto con la natura, il rispetto per la terra, le piante e gli insetti che la popolano, come per i lombrichi, passati da esseri schifosi, a creature preziose, perchè contribuiscono alla fertilità della terra, ma anche di riscoprire il “noi“, il “nostro orto”, le “nostre piantine” il nostro “essere una comunità“, nel senso proprio ed etimologico della parola, dal lat. communĭtas -atis “comunanza”: insieme di persone che hanno comunione di vita sociale.

Perchè sorprendentemente zappando e coltivando è emerso qualcosa di più importate dei nostri singoli “io” : un senso comunitario, di collettività che ha legato non solo noi otto, ma anche noi al resto degli ortisti.

Per cui ecco cosa sento che siamo oggi: una comunità. Una comunità aperta che a sua volta coinvolge tutti coloro che si trovano a passare per gli orti e manifestano interesse o semplicemente curiosità per ciò che facciamo, siano essi adulti o bambini, uomini o donne.

Un vecchio proverbio recita:”ognuno guarda solo al suo orticello“, ma la mia esperienza mi ha dimostrato tutt’altro, ovverosia che “Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto.” (John Donne, Da a Meditazione XVII in Devozioni per occasioni d’emergenza, Editori Riuniti, Roma, 1994).

      

L’orto prima e dopo la “pulizia” e la zappatura. 

   

La nostra prima semina (eravamo in ritardo per cui abbiamo comprato delle piantine già un pò cresciute) ed una delle quattro cassette del nostro primo raccolto

 

*La citazione del titolo è di Omero

di Arianna De Biasi

Con avanzi di filo di cotone abbiamo creato semplici spugne per lavare in modo ecologico i nostri piatti, al posto delle spugnette sintetiche! 

Riutilizzabili, lavabili, efficaci ed economiche, le spugne fatte in casa si stanno diffondendo. Sono chiamate tawashi, anche se questo termine giapponese indica una spazzola ispida in fibra vegetale, di solito marrone, tenuta insieme da fil di ferro. Queste invece sono più morbide. Possono essere create anche per il viso, per il corpo e per struccarsi. 

In internet non mancano i tutorial con le istruzioni visive da seguire passo passo. Alcune riguardano il filo in microfibra, ma sostituiamo con un filo in materiale naturale, come il cotone biologico o avanzi di gomitoli che abbiamo già in casa o ancora da strisce ricavate da una vecchia maglietta di cotone.

Basta lavarle e metterle ad asciugarle su un termosifone o all’aria aperta dopo ogni utilizzo e ogni tanto un lavaggio in lavatrice. Durano davvero tanto e mettono allegria in cucina. 

Ne trovate di tutte le forme!

Non volete provare a realizzarle da voi? Su Etsy c’è un’ampia gamma di spugne pronte per l’acquisto!

Ecco invece alcuni tutorial per creare da soli la vostra spugna:

https://www.youtube.com/watch?v=GXA3U7Ycon0

https://www.youtube.com/watch?v=5gPuSNLTPus

https://youtu.be/PfTgE1L3LcI

Qui da strisce di cotone ricavate da una vecchia maglietta:

https://youtu.be/Zd45LzdxfSw

https://youtu.be/s85whoZWCqM

 


di Arianna De Biasi

Anti-slavery si occupa di risolvere le situazioni di schiavitù nel mondo. Tra le sue campagne, quella per fermare lo sfruttamento (anche minorile) nell’industria del cotone, in particolare in Uzbekistan e Turkmenistan.
Questi due paesi sono tra i maggiori produttori ed esportatori di cotone nel mondo, che finisce nelle catene di approvvigionamento globali e sugli scaffali di molti negozi. Per produrre questo cotone entrambi i governi repressivi usano sistemi di lavoro forzato su vasta scala.
Ogni autunno oltre un milione di cittadini uzbeki e turkmeni sono costretti dal governo a lasciare il proprio lavoro regolare e andare nei campi a raccogliere il cotone.
Agli agricoltori viene ordinato di coltivare cotone, altrimenti rischiano sanzioni finanziarie o la rimozione dalla terra che coltivano.
Durante il raccolto cittadini come insegnanti e medici sono costretti a lasciare il lavoro normale per trascorrere settimane nei campi a raccogliere cotone, spesso in condizioni pericolose e senza attrezzature di base. Le persone possono essere lasciate esauste e soffrire di problemi di salute e malnutrizione dopo settimane di duro lavoro. Coloro che lavorano in trasferta nelle piantagioni di cotone sono costretti a stare in dormitori improvvisati in condizioni precarie con cibo e acqua potabile insufficienti.
Sotto la pressione degli attivisti, l’Uzbekistan ha promesso riforme del suo sistema di lavoro forzato. Tuttavia, è tutt’altro che eliminato. Anti-slavery sta monitorando la situazione da vicino, in particolare durante la raccolta in autunno.

Oltre 250 aziende hanno già firmato il Cotton Pledge per non utilizzare il cotone uzbeko.
Ma le catene di approvvigionamento sono così complesse che spesso non è facile determinare la provenienza del cotone nei prodotti finali. Anti-slavery invita quindi le aziende a fare di più in modo proattivo per garantire che il cotone uzbeko e turkmeno non entri nelle catene di approvvigionamento.
Il lavoro di Anti-slavery con i governi e le organizzazioni internazionali è stato recentemente reso più difficile dall’approccio delle istituzioni sempre più indulgente nei confronti dell’Uzbekistan, dopo che ha smesso di costringere i bambini a scegliere il cotone su scala sistematica, ma li ha sostituiti con gli adulti.

Il governo dell’Uzbekistan abitualmente molesta, intimidisce e reprime i cittadini che tentano di monitorare il raccolto di cotone.
Le imprese sono costrette a contribuire finanziariamente se vogliono rimanere aperte durante il periodo del raccolto. Anche la fornitura di servizi pubblici come l’assistenza sanitaria e l’istruzione è gravemente compromessa durante il raccolto.
Nonostante la diffusa conoscenza di questi abusi, alcuni commercianti e aziende tessili sono stati complici nell’acquistare e vendere cotone uzbeko. E sebbene molte aziende si siano impegnate a non usare consapevolmente il cotone uzbeko, finisce comunque nelle catene di approvvigionamento globali e in molti prodotti finiti.
Mentre il lavoro minorile è stato quasi debellato nel settore del cotone dell’Uzbekistan, in Turkmenistan non ci sono segnali di progresso e la situazione nell’ultimo raccolto è persino peggiorata: sono stati visti gruppi di bambini mandati di nuovo nei campi durante la raccolta dello scorso anno, faticando in condizioni pericolose nonostante un divieto nazionale.

Come aziende o designer, possiamo impegnarci nella selezione dei fornitori di cotone, individuando produttori attenti alle persone e all’ambiente. Il cotone non è un materiale sostenibile, per via dell’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti chimici impiegati e del consumo di acqua richiesto per la sua coltivazione. Meglio scegliere il cotone biologico, se non possiamo fare a meno di questa fibra.
La pressione economica si è rivelata cruciale nel portare l’Uzbekistan alle riforme. È necessario che le aziende firmino il Cotton Pledge e che indaghino sulle catene di approvvigionamento dei propri prodotti con il loro marchio, collegati a casi di lavoro forzato, traffico di esseri umani e altre forme di schiavitù moderna.

Come consumatori cosa possiamo fare? Sostenere le campagne come quella di Anti-slavery per fermare questa pratica dannosa:
https://www.antislavery.org/take-action/campaigns/end-uzbek-cotton-crimes/
Possiamo scrivere alle aziende per chiedere da dove viene il cotone dei capi che desideriamo acquistare. Possiamo scegliere di comprare da chi si impegna eticamente e ambientalmente. Possiamo acquistare di seconda mano.

https://www.youtube.com/watch?v=uZMU4AfoXX8&feature=youtu.be

di Arianna De Biasi

Domani si apre Canapa Mundi, la fiera internazionale dedicata alla canapa che si svolgerà dal 15 al 17 febbraio a Roma. Ci chiediamo se davvero questa fibra sia sostenibile e da inserire nel nostro guardaroba più responsabile.

La canapa è un tipo di “fibra di rafia” che significa che è una delle numerose fibre naturali derivate dal fusto della pianta, come il lino, la iuta e l’ortica. La sua fibra è simile alla tela di lino.

La canapa è coltivata da migliaia di anni in quasi tutti i continenti. Si pensa sia la più antica pianta coltivata al mondo. Sono stati trovati tessuti di canapa datati circa 8.000 a.C., rappresentando così uno degli esempi più antichi di industria. Fino agli anni ’20, l’80% dell’abbigliamento era realizzato con la canapa. Anche i jeans Levi Strauss erano inizialmente realizzati con una tela di canapa leggera.

Attualmente, più di 30 paesi coltivano questa pianta. La maggior parte dei produttori sono in Cina, Canada, Cile, Corea ed Europa (soprattutto nei paesi dell’Europa orientale come Romania, Ungheria e Russia, oltre che in Francia e Italia).

Nel 1940 l’Italia dedicava alla coltura della canapa 90.000 ettari del proprio territorio, poi la coltivazione è stata abbandonata. Dal 1940 al 1970, le superfici sono scese a circa 900 ettari.  Dal 2016, anno in cui la coltivazione è diventata legale, la quantità di terreno dedicata a questa pianta è cresciuta fino ai 4.000 ettari di oggi.

Il principale produttore mondiale è la Cina, da cui proviene oltre la metà della produzione. Qui si utilizzano metodi chimici, mentre in Europa sono state introdotte tecnologie più pulite di tipo biologico. Non si ottiene morbidezza e il colore totalmente bianco del cotone con nessuno dei due metodi, ecco perché spesso la canapa è mischiata al cotone, un tessuto non molto sostenibile. Meglio perciò verificare l’etichetta quanto acquistate un capo di abbigliamento in questo materiale.

La canapa ha davvero tanti aspetti positivi:

  1. È biodegradabile, diversamente dalle fibre sintetiche, per cui non inquina una volta terminato il suo ciclo di vita come succede con i tessuti derivati dal petrolio.
  2. La sua coltivazione non richiede pesticidi, fertilizzanti sintetici, semi OGM né prodotti chimici. È densamente coltivata, soffoca le piante in competizione bloccando la luce del sole con le sue ampie foglie, per cui non sono necessari forti erbicidi chimici. Inoltre, riduce naturalmente i parassiti, rendendo superflui i pesticidi. Attualmente una grande quantità di canapa è coltivata biologicamente, senza bisogno di alcun additivo agricolo sintetico.
  3. Ha bisogno di pochissima acqua e cresce rapidamente utilizzando il 50% in meno di acqua rispetto al cotone.
  4. Richiede una quantità relativamente limitata di terra da coltivare. Ha una resa in fibra che arriva fino al doppio rispetto al cotone: un ettaro di canapa produce la stessa fibra ricavabile da quattro ettari di alberi o due ettari di cotone.
  5. Può essere coltivata in ogni stagione e ad ogni ciclo di crescita si rinnova restituendo il 60-70% dei nutrienti necessari che prende dal terreno: pian piano matura e il fogliame che cade si decompone nutrendo il suolo. Le sue lunghe radici aerano il terreno a beneficio delle colture future, eliminano le tossine e prevenendo anche l’erosione del suolo. Si utilizza al meglio in un raccolto a rotazione, con soia, sorgo, ecc. L’apparato radicale e il fogliame restituiscono l’azoto tanto importante per i terreni sempre più sfruttati.
  6. Le piante di canapa assorbono più anidride carbonica degli alberi e possono rimuovere le tossine dal suolo attraverso le radici. La canapa fornisce un habitat eccellente per la fauna selvatica e i fiori sono una buona fonte di polline per le api.
  7. Nulla della canapa viene sprecato nel processo produttivo: i semi sono utilizzati in prodotti alimentari o integratori, i fiori e le foglie nella cosmesi, i gambi nella produzione di fibra naturale.
  8. Tiene chi lo indossa caldo d’inverno e fresco d’estate. Le fibre di canapa hanno il miglior rapporto di capacità termica rispetto a tutte le altre fibre, creando un sistema di aria condizionata personale.
  9. È antimicrobica, antibatterica, antiodore, ipoallergenica, assorbe l’umidità del corpo e non irrita la pelle.
  10. Protegge dai raggi UV.
  11. È resiliente, duratura, flessibile, non perde forma anche dopo più lavaggi. La canapa è anche naturalmente resistente alla muffa, all’usura, allo sporco, al restringimento e ai danni del sole. Le fibre di canapa sono più resistenti del cotone, poiché percorrono la lunghezza del gambo che può arrivare fino a circa mezzo metro* mentre quelle del cotone tendono ad essere lunghe solo pochi centimetri. Per questo i sacchi di canapa durano di più e la tela era utilizzata in marina e dai pescatori per le prime vele, per corde e reti. Queste sono qualità importanti quando si sceglie un involucro per trasportare gli oggetti a cui più teniamo, come borse porta computer o i nostri effetti personali in viaggio.

La canapa è quindi un tessuto sostenibile per eccellenza. Vogliamo trovarne difetti? Come il lino, la canapa si stropiccia facilmente, può essere un po’ ruvida, assorbe poco colore. Per questi motivi la canapa é a volte mescolata con altri tessuti, per cui come dicevamo all’inizio meglio verificare in etichetta prima di acquistare!

di Arianna De Biasi

Questa settimana condividiamo il risultato di una ricerca di gioielli/bigiotteria sostenibile, da acquistare per noi o quando desideriamo avere un piccolo pensiero per qualcuno che ci è caro.

Si avvicina anche San Valentino, chi festeggia potrà trovare qualche utile idea per un regalo 🙂
Fateci sapere se vi interessa l’argomento, troveremo per voi volentieri anche altre proposte!

 

   

                 

3different
Due ragazzi italiani, Francesco e Lorenzo, creano artigianalmente gioielli ed accessori con l’ausilio di tecnologie digitali, realizzati in stampa 3D ed eco-friendly.
“Gli oggetti da noi prodotti sono tutti realizzati utilizzando tecniche di artigianato digitale. L’artigianato digitale consiste nella produzione di oggetti ‘uno alla volta’, tramite tecniche innovative (software di modellazione tridimensionale al PC e stampanti 3D) con la cura e l’attenzione del fatto a mano. Le tecniche e gli strumenti da noi utilizzati sono altamente sostenibili (basso impatto energetico e utilizzo di materiali riciclabili o biodegradabili). Ogni nostro oggetto viene spedito in un pacchetto pronto per essere regalato, con all’interno un piccolo depliant che descrive le tecniche di stampa 3D da noi utilizzate”.
Raccontano di lasciarsi ispirare da film di fantascienza, l’architettura contemporanea e la musica new wave anni ’80.

https://www.etsy.com/it/listing/281319688/pendente-collana-eco-plastica-stampa-3d?ga_order=most_relevant&ga_search_type=handmade&ga_view_type=gallery&ga_search_query=gioielli+eco&ref=sr_gallery-2-20&organic_search_click=1

 

 

Sognoametista
Orologi da parete moderni e gioielli ecologici realizzati in cartapesta con carta di riciclo. Leggeri e resistenti, si ispirano alla bellezza dei sassi come la natura li ha disegnati. Marzia realizza sassi con 100% carta di riciclo e li dipinge a mano, per chi ama l’arte moderna e cerca un gioiello etico. 
“La natura è sempre stata protagonista nelle mie ispirazioni, dopo il Liceo artistico ho dipinto per anni sperimentando diverse tecniche.
Ho ampliato il mio percorso studiando le basi per la decorazione e la modellazione dell’argilla e plasmandola ho capito che le mie mani desideravano di più e questa tecnica avrebbe in qualche modo condizionato le mie scelte future.
Le prime sperimentazioni con la Carta arrivano diversi anni dopo durante un periodo di crisi artistica in cui la pittura non mi rappresentava più ed ero fortemente alla ricerca di un mio stile personale che potesse distinguermi. Attraverso la cartapesta ho scoperto la mia vera identità artistica e nel 2009 nasce Sognoametista con l’ambizione di poter riproporre questa tecnica antica in chiave moderna ed innovativa. Nel tempo ho rielaborato il mio impasto rendendolo fine quasi come l’argilla ma con una grande resistenza agli urti, oserei dire che è quasi indistruttibile!”.
La linea Sassi Sognoametista nel 2014 è stata scelta dalla scenografa del film “Un natale stupefacente” con Lillo e Greg, Paola Minaccioni, Ambra Angiolini e Paolo Calabresi.
I braccialetti Sasso sono indossati dall’attrice Paola Minaccioni in una delle scene iniziali.
https://www.etsy.com/it/listing/185212988/collana-cuore-rosso-girocollo-pietre-di?ref=shop_home_active_82

 

                           

Alfieri Jewel Design
Gioielli fatti su ordinazione con pagine di libro. Semplicissimi ma di grande effetto scenico, sono allo stesso tempo un’idea originale, prezioso e alla moda. Totalmente fatti a mano con lo spirito dell’artigianato italiano, utilizzando materiali unici, a volte riciclati.
I pendenti composti da diversi cerchietti rotondi tagliati da pagine di libro, sono impreziositi da belle perle nere di onice.
Sono il regalo perfetto per una amante dei libri e grande appassionata di lettura.
https://www.etsy.com/it/shop/AlfieriJewelDesign?ref=seller-platform-mcnav§ion_id=23104677

 

 

Handmade Jewelry Egeo
I gioielli ecologici di Egeo sono sempre realizzati focalizzando l’attenzione su materiali naturali: sono creazioni artigianali di carta, carta pesta, cartoncino ondulato riciclato e ceramica.
“Ho iniziato a lavorare l’argilla qualche anno fa seguendo un ricordo molto lontano. Mi era rimasta una forte curiosità dopo aver partecipato ad un laboratorio che avevano organizzato alla scuola elementare. Ho riprovato da adulta e la cosa mi è piaciuta…
Adesso sto sperimentando la carta, un altro materiale che mi ha sempre incuriosita. Della carta mi piace tantissimo la leggerezza (anche solo per i trasferimenti Italia-Grecia e ritorno 🙂 e il fatto che non sia eterna. Inoltre, come l’argilla, è un materiale che si può decorare… che poi in fondo è la fase che mi piace di più”. 
https://www.etsy.com/it/shop/HandmadeJewelryEgeo/items

 

 

Simone Frabboni
Gioielli di eco-design fatti a mano in Italia. Simone utilizza “Legno dal territorio in cui vivo, tinture naturali, tavole da skateboard recuperate, resine lavorate artigianalmente…Cerco sempre di sperimentare qualcosa di nuovo”. In uno dei modelli ha utilizzato un chiodo del ‘700, recuperato durante il restauro dell’altare di una chiesa.
“Ho studiato arte e tecniche del legno e ho lavorato come restauratore di arte lignea.
Realizzare gioielli in legno è stata parte di una pratica scultorea costante, in seguito ho aggiunto altri materiali ma l’abilità nel lavoro del legno è la mia caratteristica principale e fonte di ispirazione.
Sono affascinato dai popoli nativi di tutto il mondo; studiare i loro design, artigianato e modi di vita è parte della mia educazione, ispirazione e esperienza di viaggio.
Adoro andare in skateboard e giro da 25 anni. Ho fatto tesoro di questa passione sportiva realizzando gioielli con tavole da skateboard riciclate”.
https://www.etsy.com/it/shop/SimoneFrabboni/items

 

 

Piccola Bottega Crea
Irene e Marisa, figlia e mamma, realizzano pupazzi, gioielli, segnalibri e accessori. Principalmente utilizzano cotone e uncinetto, ma troverete orecchini creati recuperando il dischetto centrale metallico da vecchi floppy disk (ve li ricordate?). Disponibili diversi soggetti. Ogni gioiello o accessorio può essere realizzato su commissione, in base ai gusti e alle esigenze. A tutti gli orecchini pendenti possono essere applicate le monachelle, per chi ha i fori nelle orecchie, oppure le clip per chi non ha i fori ma vuole comunque indossare gli orecchini! 
https://www.etsy.com/it/listing/530795840/orecchini-riciclo-floppy-disk-azzurri?ga_order=most_relevant&ga_search_type=handmade&ga_view_type=gallery&ga_search_query=gioielli+riciclo&ref=sr_gallery-4-13&organic_search_click=1

 

 

Silvia Gagliardini
Gemelli da uomo unici e originali, realizzati con sassi del Mediterraneo, incisi e smaltati di azzurro. Possono essere personalizzati stampando le iniziali. Arriveranno all’interno di un astuccio lussuoso, perfetto anche nel caso di un regalo.
“Sono sassi che ho trovato in Italia, camminando sulla spiaggia, e quindi si tratta di pezzi assolutamente unici.  Gioielli che raccontano una storia, che parlano di mare, di vento, del tempo…gioielli che non finiranno mai di regalare emozioni, come solo la natura sa fare”. 
Silvia ha studiato all’Istituto Gemmologico Italiano, allo IED di Roma e all’Accademia Belle Arti di Brera. Ha lavorato per molte grandi aziende di gioielleria italiane e internazionali, per poi creare e lavorare da sola.
https://www.etsy.com/it/listing/558750611/gemelli-da-uomo-ecologici-gioielli-in?ga_order=most_relevant&ga_search_type=all&ga_view_type=gallery&ga_search_query=gioielli+ecologici+gemelli&ref=sr_gallery-1-4&organic_search_click=1&frs=1

di Arianna De Biasi

Leggendo del sistema di trasparenza e tracciabilità del marchio Rapanui, mi informo sul loro impegno ambientale. Non solo propongono indumenti (felpe, maglioni, cardigan, magliette, calze, camice di flanella) in materiali naturali biologici (con certificazione GOTS) e la possibilità di personalizzarli, ma si impegnano nel mostrare la catena di fornitura dei loro prodotti: approvvigionamento di tessuti, produzione, consumo di energie, trasporto e alcuni aspetti del post vendita.

“Per noi la tracciabilità consiste nell’aiutare i nostri clienti a fare scelte migliori attraverso il miglioramento delle informazioni disponibili al momento di decidere cosa acquistare. Crediamo che le persone siano davvero attente e stiamo lavorando sui modi per utilizzare l’enorme potere di cambiamento che i consumatori hanno e indirizzarlo verso risultati più positivi.”

Sul loro sito, attraverso una mappa interattiva possiamo esplorare il viaggio dei vestiti, vedere i mezzi scelti per il trasporto, sapere chi coltiva il cotone e così via. Nella pagina di ogni prodotto, cliccando sulla sezione “Storia” è possibile vedere il viaggio che ha compiuto.

È impegnativo per un’azienda condividere queste informazioni? “Non è stato particolarmente difficile per noi mappare e presentare tutti questi dati. Quando acquisti prodotti biologici certificati da fornitori eticamente accreditati, c’è sempre una documentazione cartacea che puoi seguire. Quindi abbiamo  iniziato a organizzare riunioni o telefonate per saperne di più. In questi giorni ci sono molte più persone che lavorano su questo tema, quindi i fornitori sono meglio preparati. Questo percorso è incoraggiante. Più di recente abbiamo iniziato a visitare le fabbriche e a muoverci nella catena di approvvigionamento, mentre otteniamo una migliore percezione del quadro complessivo. Gli audit contano e rispettiamo l’esperienza, ma abbiamo imparato che il modo migliore per conoscere il quadro completo è l’occhio tradizionale: visitiamo personalmente le fabbriche dei nostri fornitori”. 

Sul sito raccontano della difficoltà che vivono le aziende perché il costo di prodotti più sostenibili o del miglioramento delle condizioni dei lavoratori si contrappone direttamente all’aspettativa di prezzi costantemente inferiore. “Non è grandioso ma è comprensibile. Cerchiamo e vediamo un’opportunità in quello che sembra un problema. Se si tratta di un modello non funzionante, si cambia modello, i nostri sistemi automatizzati e senza scorte nei nostri stabilimenti nel Regno Unito rimuovono i compromessi tra valori e rischio. La tecnologia ci ha permesso di stabilizzare i prezzi e investire di più nella sostenibilità. Più recentemente, abbiamo sviluppato la nostra tecnologia di produzione nel Regno Unito, che ha creato ore stabili per la nostra forza lavoro, nonostante i picchi e le depressioni nella produzione”.

Non solo hanno applicato un nuovo modello, ma mettono a disposizione di altre aziende la loro tecnologia. “Sembrava un po’ sciocco fare tutto questo lavoro e poi limitarlo solo alle persone a cui piace Rapanui. Quindi abbiamo reso l’accesso a questa tecnologia aperto, consentendo a chiunque di costruire un’azienda utilizzando la nostra catena di approvvigionamento. L’abbiamo confezionata ed è disponibile gratuitamente. Ciò che a noi ha richiesto 10 anni, ora richiede 10 minuti di avvio su Teemill.com”.

Per i marchi slow fashion, che puntano sul produrre capi classici di qualità invece di rispondere alle tendenze del momento, è più semplice riuscire a tracciare ogni singolo indumento prodotto e introdurre questa prassi nel loro business plan. Un aspetto in più da considerare quando scegliamo da chi acquistare il nostro abbigliamento.

Link: https://rapanuiclothing.com/

di Piera Savino

Pensavo di  aver  quasi azzerato l’usa e getta quando mi ritrovo dal parrucchiere a guardare la mantellina che mi hanno messo e a fare la fatidica domanda: “ma questa la buttate via?”

Risposta…..”eh si!”

Replico: “eh no…la porto a casa così la prossima volta la riutilizziamo!

La parrucchiera mi guarda un po’ stupita ma complice e mi dice: quando chiamerai per l’appuntamento te lo ricorderò!

Spero che le altre clienti abbiano osservato e invogliate a fare altrettanto…..come mi auguro da voi lettori.

Il prossimo passo sarà convincere il titolare del negozio a proporlo a tutte le clienti..

Anche questo agguato è stato sventato! Ma attenzione, il prossimo è dietro l’angolo!

Ed eccolo, l’oggetto a cui ho salvato la vita!!


di  Piera Savino

Prendo spunto da  un video diventato virale in questi giorni per  raccontare cosa succede quando butto il sacchetto dell’umido:   TONF!!

Parto di casa con il sacchetto dell’umido in mano, lo butto nell’apposito  cassonetto. TONF!

Il secchione risuona:  sistematicamente, tristemente vuoto…. possibile che i miei concittadini facciano così pochi scarti alimentari? Ho ripetuto l’esperimento in più luoghi…

Questa è indifferenza indifferenziata! 

Se invece siete afflitti dal problema che  il percolato del vostro umido gocciola drammaticamente dalla cucina verso l’ascensore e oltre vi consigliamo di sostituire i sacchetti di mater-bi con quelli di carta, assorbono i liquidi e attenuano gli odori. Volendo far proprio le cose per bene c’è un’azienda che produce sacchetti specifici davvero comodi: http://www.sumusitalia.it/