Orti Urbani: “Lieve è l’oprar se in molti è condiviso”

di Daniela Errico

La definizione più comune di “Orto Urbano” recita: spazio verde di proprietà comunale la cui gestione è affidata per un periodo di tempo limitato ai singoli cittadini.

Il che significa che, dove ci sono gli orti urbani, ognuno di noi ha la possibilità di diventare contadino urbano part-time (o full-time)!

Io sono una contadina urbana part-time da circa 6 mesi e mai avrei immaginato quanto potesse essere soprendente questa esperienza!

Premetto che mi ha sempre affascinato l’idea di coltivare un lotto di terra: ho sempre amato stare a contatto con la natura e trovo che prendersi cura di una pianta seguendone la crescita giorno dopo giorno susciti una tale varietà di emozioni che è difficile tradurle in parole. Per questo, quando, dopo il mio trasferimento a Garbatella, ho scoperto che vicino alla mia nuova casa c’erano gli Orti Urbani Garbatella ho presentato la richiesta nella speranza di avere un pezzettino di terra tutto mio da poter coltivare e curare come volevo.

Ma non c’erano abbastanza lotti per tutti i richiedenti, per cui a me ed altri 7 aspiranti ortisti è stato assegnato un Orto Collettivo.

Che cosa significa?

In pratica: otto perfetti sconosciuti di diverse età e professionalità costretti a gestire insieme un unico lotto di terra.

Devo riconoscere che sulle prime sono rimasta un po’ delusa di non aver ricevuto il mio personale pezzo di terra, in più temevo che avremmo litigato per decidere sul da farsi. Del resto, mettere d’accordo otto amici per andare a cena fuori non è un’impresa facile, figurarsi gestire un orto con otto estranei!

Ma mi sbagliavo.

La prima volta che ci siamo incontrati per iniziare i lavori ho avuto la sensazione che fossimo tutti un pò a disagio, tuttavia dinanzi a noi c’era il nostro Orto Collettivo: circa 40mq di terra ricoperti da erbacce incolte, piante secche e ortaggi marci. Non c’era tempo per le pippe mentali, per cui ci siamo rimboccati le maniche (in senso proprio e figurato) ed abbiamo iniziato a strappare e zappare. Nessuno di noi aveva mai avuto in cura un orto fino a quel momento, per cui ci consultavamo spesso per cercare di capire cosa fare e questo ci ha aiutato a rompere il ghiaccio. Dopo un paio d’ore a zappare il senso di estraneità era scomparso magicamente. Eravamo insicuri in quello che facevamo, ma non eravamo soli nella nostra impresa, non lo siamo mai stati in questi mesi. Mi ha sorpreso non essermi mai sentita come se fossimo abbandonati a noi stessi, perchè sin dal primo giorno siamo stati supportati dai curatori degli orti e dagli ortisti più anziani (in senso di esperti), questi ultimi vedendoci in difficoltà ci hanno spesso dato suggerimenti ed informazioni utili anche senza che lo chiedessimo. Proprio pochi giorni fa, un’ortista senior ci ha spiegato, con tanto di dimostrazione pratica, come maneggiare una “vanga“.

E pensare che due mesi fa neanche la conoscevo la differenza tra una vanga ed una pala!

Comunque anche se all’inizio eravamo timidi e ci era difficile chiedere aiuto, col tempo siamo cambiati, direi che ci siamo aperti ed abbiamo iniziato noi a cercare (quasi in stile agguato) l’esperto di turno per un consiglio, soprattutto quando non riusciamo a capire se un ortaggio è da cogliere o bisogna aspettare ancora un pò.

Curare un orto è faticoso, richiede tempo, energie, pazienza e costanza. E’ dura perchè non puoi mai prenderti una pausa o rimandarne la cura: la natura ha i suoi tempi e se non li rispetti, niente raccolto. Tuttavia l’essere in otto ed essere così diversi, anche sotto il profilo occupazionale, si è dimostrata la nostra maggiore, inaspettata, risorsa: in maniera del tutto spontanea abbiamo iniziato a dividerci ed alternarci nei vari compiti e, pur mantendo un incontro tutti insieme nel weekend, ognuno di noi, in maniera del tutto autonoma, può passare in settimana ad innnaffiare o togliere le erbacce. Se qualcuno per qualche motivo non può venire all’orto per un pò di tempo, sa che ci sarà qualcuno a prendersene cura. Che le piantine avranno acqua quando ne avranno bisogno, che qualcuno strapperà le erbacce. E’ rassicurante sapere che ci sono altre sette persone che come te hanno a cuore il benessere di quel pezzo di terra e delle sue piantine!

L’esperienza fatta in questi mesi, ci ha permesso di ritrovare il contatto con la natura, il rispetto per la terra, le piante e gli insetti che la popolano, come per i lombrichi, passati da esseri schifosi, a creature preziose, perchè contribuiscono alla fertilità della terra, ma anche di riscoprire il “noi“, il “nostro orto”, le “nostre piantine” il nostro “essere una comunità“, nel senso proprio ed etimologico della parola, dal lat. communĭtas -atis “comunanza”: insieme di persone che hanno comunione di vita sociale.

Perchè sorprendentemente zappando e coltivando è emerso qualcosa di più importate dei nostri singoli “io” : un senso comunitario, di collettività che ha legato non solo noi otto, ma anche noi al resto degli ortisti.

Per cui ecco cosa sento che siamo oggi: una comunità. Una comunità aperta che a sua volta coinvolge tutti coloro che si trovano a passare per gli orti e manifestano interesse o semplicemente curiosità per ciò che facciamo, siano essi adulti o bambini, uomini o donne.

Un vecchio proverbio recita:”ognuno guarda solo al suo orticello“, ma la mia esperienza mi ha dimostrato tutt’altro, ovverosia che “Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto.” (John Donne, Da a Meditazione XVII in Devozioni per occasioni d’emergenza, Editori Riuniti, Roma, 1994).

      

L’orto prima e dopo la “pulizia” e la zappatura. 

   

La nostra prima semina (eravamo in ritardo per cui abbiamo comprato delle piantine già un pò cresciute) ed una delle quattro cassette del nostro primo raccolto

 

*La citazione del titolo è di Omero

2 commenti

  1.  un bando promosso nel 2014 da Comune di Bologna, Urban Center e Fondazione Villa Ghigi, che prevedeva di progettare nuovi orti urbani in aree verdi di Bologna con l’obiettivo di affiancare agli orti “tradizionali”, forme di agricoltura urbana di nuova generazione, che rispondessero a  criteri di sostenibilita, design, scelte agronomiche, buone pratiche di riciclo e biodiversita.

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