Di Mariangela Cataldo

Mentre sono su un volo da Roma a Riga e osservo le meraviglie della terra rimpicciolirsi, ho la netta frustrante sensazione che questo breve viaggio di lavoro nei paesi Baltici non aggiungerà molto alla mia conoscenza della cultura Lettone, certamente meno di quanto l’agevole lettura di un romanzo di Alexander McCall Smith mi abbia proiettato nel modo di pensare e relazionarsi del Botswana.

Contraddizioni

Un avvicinamento fisico, geografico, dunque, non garantisce maggiore conoscenza di un approccio a distanza. Una contraddizione? Come quando ci riempiamo di impegni per non perdere alcuna opportunità facendo della nostra giornata una mera sequenza di appuntamenti senza spessore?

Pensieri che scorrono tra i finestrini del velivolo librandosi sulla radicata idea che mi appassiona da un po’ di tempo a questa parte, quella della creazione di capi tessili sostenibili con una marcia in più. 

Ho come l’impressione che le contraddizioni regnino nel mondo della moda contemporanea.

Cominciamo, banalmente, dalla proposta in termini di immagine, dove all’irreggimentazione delle box logo fa da contrappunto la più ampia libertà di mescolare vecchio e nuovo, abbigliamento d’alta gamma con pezzi economici.

Le contraddizioni continuano all’interno dell’offerta stessa, che non sempre appare com’è davvero: ci si aspetterebbe un certo livello di qualità dal marchio costoso, un processo produttivo con certi standard (di considerazione dell’ambiente ma, soprattutto, delle condizioni lavorative di chi si trova nella catena di produzione)… Poi un’incidente come quello, ben noto, del Rana Plaza in Bangladesh nel 2013, ti rivela che così non è.

Ancora, alcune grandi aziende di fast-fashion appaiono tra le più attive nelle azioni volte allo sviluppo della tanto agognata ‘economia circolare’, eppure l’essenza stessa della fast-fashion, che promuove un continuo ricambio a poco prezzo del nostro guardaroba, non è forse in ovvio contrasto con un ragionevole uso delle risorse, ambientali e umane?

Non ultimo, le contraddizioni appaiono anche nel mercato stesso, con un variegato mondo di ‘reselling’, attività hype – imperdibile – nell’immaginario e nella realtà della generazione digitale, che altera in modo radicale il prezzo dei prodotti, secondo una logica che nulla ha a che vedere con il loro intrinseco valore.

earthncycle: dal satellite al tessuto 

In questo complesso contesto della moda, dove anche la sostenibilità nasconde germi di contraddizione (ma questa è un’altra storia) è nata l’idea earthncycle, un nome che riecheggia la Terra e il ciclo dell’azoto (n-cycle) di fondamentale importanza per l’essere umano, nonché la traiettoria circolare dei satelliti in orbita e l’agognata circolarità dei processi produttivi sostenibili.

L’idea earthncycle nasce con l’ambizione di rimettere al centro del quotidiano gesto del vestirsi il pianeta Terra e l’uomo: via il marchio che vive di vita propria, via il mercato, via il consumo veloce.

Ben venga il guardaroba minimalista con capi intramontabili, ma che non ci faccia perdere memoria e consapevolezza della bellezza, del colore e della varietà che sono a portata dei nostri occhi, se solo scegliamo di guardare. E così nascono dei capi (foulard, costumi da bagno, borse) studiati uno ad uno, a  raccontare il pianeta attraverso grafiche che nascono da istantanee riprese da satellite del nostro pianeta. Così ogni pezzo di tessuto può proiettarci ad altre latitudini e longitudini, aprire il nostro sguardo su altre reali bellezze.

Le immagini da satellite non sono come le fotografie a noi familiari. Ci permettono, infatti, di osservare il pianeta in una moltitudine di lunghezze d’onda e di risoluzioni spaziali. Questa ricchezza cromatica e di dettaglio consente tante applicazioni a noi utili: attraverso i radar possiamo monitorare i terremoti, la subsidenza, attraverso l’infrarosso dedurre informazioni sulla salute della vegetazione…

Con l’aereo ormai prossimo all’atterraggio, ripenso alle seguenti parole:

“La lontananza che rimpicciolisce gli oggetti all’occhio li ingrandisce al pensiero” (A. Schopenhauer)  

E’ per questo che mi piace immaginare che le immagini satellitari, a guardarle bene, possano spingersi oltre e raccontarci anche altro, aprendo una finestra sull’interazione fra uomo e natura in ciascun particolare contesto geografico. Per questo i capi tessili di earthncycle sono sempre accompagnati da un breve testo, ispirato dalle immagini e dai luoghi. E sempre per questo la prima collezione di fotografie dei capi earthncycle (visibile nel profilo instagram @earthncycle) è ambientata nello spazio, dove molto probabilmente viaggeremo numerosi in un tempo non tanto lontano, senza  possibilità di levarci di dosso frammenti sparsi del nostro bellissimo pianeta blu.

Foulard e costumi da bagno earthncycle saranno ospiti, insieme alle creazioni di altri marchi sostenibili, nel PAUSE conscious pop-up #9, a Londra, Covent Garden, dal 13 al 22 Settembre 2019.  

 (1) Dal logo del marchio Supreme (caratterizzato dalla scritta Supreme – bianca – all’interno di un box – rosso), per estensione i logo di numerosi marchi di moda particolarmente popolari tra i teenagers, caratterizzati dall’utilizzo del ‘box’. 

(2)  Il termine hype, nel mondo dello streetwear, si puo` tradurre con “attesa, forte desiderio” per qualcosa che sta per accadere o essere disponibile.

di Daniela Errico

E’ Ecosciente chi, consapevole degli effetti che i propri comportamenti hanno sul pianeta e sulla relazione tra esseri viventi, si impegna giorno per giorno ad adottare nuovi stili di vita che riducano la propria impronta ecologica e migliorino la qualità della vita propria e degli altri.

Sì, ma come si diventa Ecoscienti?

So che siete curiosi quindi cominciamo subito con l’elenco:

1. Scegli
2. Respira
3. Divide et impera
4. Crea tradizioni
5. Sorridi

Confusi?
Lo spero: la confusione genera il punto di partenza ideale per un ascolto attivo ^_^

Per prima cosa essere Ecoscienti è una scelta. Sembra una banalità, ma è un passo fondamentale che va fatto. Scegliamo di essere Ecoscienti, nessuno ci costringe, lo facciamo perché vogliamo fare qualcosa: agire prima che sia tardi. Siamo, dunque, noi a scegliere e dobbiamo esserne consapevoli perché questa è la nostra vera forza.

Naturalmente la scelta nasce dall’aver capito che la situazione è critica, che il nostro futuro e quello delle nuove generazioni è a rischio. C’è una montagna di cose da fare e poco tempo: bisogna informarsi, capire bene come intervenire, provare ad farlo e continuare ad agire in modo che il nuovo stile di vita diventi un’abitudine.
Mi viene in mente il ciclo di Deming, detto anche ciclo di PDCA, acronimo dall’inglese Plan–Do–Check–Act, in italiano “Pianificare – Fare – Verificare – Agire”.

Tutto molto bello, ma da dove si parte? Dal Respiro.

Respiriamo dal naso.
Inspiriamo: sentiamo l’addome che si gonfia e poi lentamente espiriamo dal naso fino a sgonfiare tutto l’addome.
Fatto?
Benissimo, ricordiamoci di farlo ogni tanto (specialmente sotto stress) perché può farci solo bene.

Adesso, non facciamo l’errore di partire concentrandoci su tutti i problemi insieme: da soli non potremo mai adempiere a tutte le azioni necessarie a “salvare il mondo” e soprattutto non saremo mai in grado di fare tutto insieme. Quindi, prendiamo il problema e spacchettiamolo in problemi più semplici: ricordate la scomposizione in numeri primi? Dobbiamo fare la stessa cosa!

Divide et impera: Dividiamo il problema in tante parti ed analizziamo un pezzettino alla volta.
Per esempio, i rifiuti: partiamo da un rifiuto in particolare, per esempio la plastica. Guardiamo i nostri rifiuti: qual è il più semplice da “non produrre?” Cominciamo da quello e cerchiamo un modo per eliminarlo dalla nostra spazzatura. Ricordiamoci sempre di fare un passo alla volta: troviamo tante piccole soluzioni alternative da adottare in parallelo o in sequenza. Volendo usare una metafora: un mattoncino alla volta, col tempo,avremo costruito un solido castello!
Applichiamo la stessa logica anche alle informazioni: cercare soluzioni a tante cose insieme stanca ed in alcuni casi avvilisce. Scegliamo un “tema” alla volta ed informiamoci per bene su quello, eviteremo così di disperdere energie ed entusiasmo.

E ricordiamoci sempre che nessun uomo è un’isola e che dagli altri riceviamo amore, supporto e forza, dunque: Creamo tradizioni Ecoscienti. Ci sono cose a cui dovremo rinunciare lungo la strada che abbiamo scelto di seguire, ma avremo l’opportunità di farne altre che finora non avevamo neanche mai immaginato. Per esempio, organizzare la cena a lume di candela in coppia, famiglia o con gli amici nell’Ora della Terra.

Infine, Sorridiamo per noi stessi, per gli altri e, soprattutto, perché il nostro essere Ecoscienti oggi rappresenta una speranza per il futuro di tutti noi.

Pensate al futuro che vi aspetta, pensate a quello che potete fare, e non temete niente.“(Rita Levi Montalcini)

di Daniela Errico

Ora che abbiamo la nostra fantastica bottiglietta in vetro per dissetarci ed il kit di barattolini in vetro per il pranzo, cosa ci mettiamo dentro?

Più in generale, come ci procuriamo i nostri pasti quotidiani da consumare a casa o da portare fuori?

Per rispondere alla domanda questa volta vi proporrò delle opzioni, perché, anche se alcune sono chiaramente più sostenibili e salutari, ricordiamoci sempre che siamo umani e che, anche se motivati ed organizzati, non sempre riusciamo ad adottare l’opzione che riteniamo la migliore, per motivi di tempo, energie, ma anche sociali.

Del resto, viviamo in un mondo in cui è ancora difficile sganciare le attività sociali dai pasti, i.e. aperitivo, pranzo e cena.

Opzione 1 – Cibo da asporto. La scelta più veloce e comoda, ma poco salutare (non sappiamo cosa c’è esattamente nel nostro piatto, in termini di ingredienti, né da dove proviene e tanto meno le condizioni igieniche con cui è stato preparato), poco economica (ovviamente come tutte le cose già pronte costa molto di più della somma dei costi dei singoli ingredienti) e poco sostenibile (principalmente perché viene consegnato in contenitori monouso). Il peggio del peggio insomma.

Opzione 2 – Mangio fuori. Per quanto riguarda gli ingredienti, la soluzione ha grosso modo le stesse incognite del precedente, ma ha di meglio che generalmente non ci sono i contenitori monouso ed in più rappresenta un’occasione per farsi una passeggiata e stare in compagnia. Ma il nostro essere sociale, deve per forza essere legato al cibo?

Opzione 3 – Cibo già pronto da riscaldare. Anche questa opzione ci semplifica la vita, magari costa anche un po’ di meno delle precedenti, ma ha grosso modo gli stessi lati negativi: è poco salutare, poco sostenibile (contenitori monouso) e, comunque, è più costosa della somma dei costi degli ingredienti che compongono il cibo.

Opzione 4 – Cibo quasi pronto, ma da cuocere. Rispetto alla precedente è un passo avanti, ma non basta, ci sono ancora “ingredienti” di troppo (tipo i conservanti) e dubbia provenienza e metodo di lavorazione di ciò che mangio. Posso fare meglio.

Opzione 5 – Parto dagli ingredienti grezzi e mi cucino un pasto fatto a mano. Naturalmente questa è l’alternativa più salutare e sostenibile, soprattutto se riesco a comprare bio a km0 e se ho tempo e voglia di cucinare! Lo so è quella che implica più sforzo, ma è anche quella che gratifica di più: mangio quello che voglio e come voglio sia cucinato! In più, mi sto prendendo cura di me stessa: mi sto volendo bene. E non è poco, fidatevi!

E’ chiaro che restando a casa magari viene più semplice adottare l’opzione 5 (ma non è sempre detto), mentre per il pranzo fuori casa, ‘mangiare fuori’ o ‘prendere cibo da asporto’ restano opzioni apparentemente allettanti, perché ci evitano fatica e stress.

Ma pensiamoci un momento: è davvero così?

Questi cibi spesso sono ricchi di grassi ed a scarso valore nutritivo, quindi alla lunga si ingrassa e si risente delle carenze di vitamine e minerali.

Risultato? Siamo stanchi, grassi e depressi.

Quindi forse non è la soluzione migliore, forse possiamo volerci bene ogni tanto e prepararci un pranzo “fatto a mano” con l’aggiunta di un pizzico di amore, che come la nonna ci ha insegnato, da quel sapore in più ad ogni ricetta!

Un ultimo consiglio: non dimentichiamoci mai che il passaggio da uno stile di vita da “consumatore” ad uno “ecosciente” richiede tempo e pazienza (Ricordate le dritte per il cambiamento..) quindi per cominciare cerchiamo di preferire il più possibile il cibo fatto in casa alle altre soluzioni, ma senza costringerci a farlo sistematicamente e senza flagellarci se non lo facciamo per una o più volte.

Procediamo sempre per gradi: per esempio, per quanto riguarda la settimana lavorativa, io ho iniziato col prepararmi il pranzo 2 volte a settimana, il lunedì ed il mercoledì, cucinando entrambi la domenica sera (fino a 3 giorni, in frigo si conservano un po’ tutti gli alimenti cotti). Poi sono passata a 3 giorni fissi ed uno flessibile (in funzione degli impegni di lavoro e non). Una dritta per la preparazione del pranzo infrasettimanale è quella di cucinare un po’ di più la sera e portarlo il giorno dopo per pranzo o anche due giorni dopo, in modo da non mangiare la stessa cosa due volte consecutive. Al momento il mio obiettivo è arrivare a 4 giorni su 5 lavorativi entro settembre: ho deciso di tenere un giorno libero per andare a pranzo con i colleghi che il pranzo non lo portano..ancora! Per il weekend, invece, la scelta è semplice: pranzo hand made a casa oppure visto il bel tempo: Pic-nic all’orto o al parco!!!

 

Non mangiate niente che la vostra bisnonna non riconoscerebbe come cibo.” (Michael Pollan, giornalista)

 

di Ciro

Da tempo volevo proporre ai miei colleghi un servizio di car pooling e finalmente mi sono deciso a farlo tramite forum aziendale.
Per car pooling si intende l’uso condiviso di una vettura: detto così sembra il car sharing ma è leggermente diverso; infatti nel car pooling il proprietario dell’auto è unico e si limita a dare dei passaggi ad altre persone che condividono lo stesso percorso.
L’applicazione più famosa di car pooling è BlaBlaCar che, tramite una comoda app permette di mettere in contatto domanda ed offerta e dividere le spese di viaggio per un vantaggio da ambo le parti.

Nell’azienda dove lavoro era nata un’iniziativa volta a realizzare un’app simile. Speriamo che il progetto venga portato a termine.

Però ci si chiede sempre: qual è il vantaggio per il proprietario dell’auto? Non credo che tra colleghi, per un percorso urbano, il proprietario dell’auto chieda al passeggero di dividere le spese. Di fatto non succede.
Quindi per il proprietario, dare un passaggio ad un collega con cui magari non lavora, potrebbe essere più un fastidio che altro.
Per mitigare questo fastidio si potrebbe designare alle auto di car pooling un certo numero di posti auto nel parcheggio, magari vicino agli ingressi.
La cosa si potrebbe organizzare così:
– l’azienda designa un certo numero di posti vicino all’ingresso alle auto di car pooling, questi posti auto potrebbero essere riconoscibili da un colore diverso (verde, giusto per essere in tema)
– le auto che entrano nel parcheggio e che trasportano almeno due persone hanno il diritto di usare i posti auto del car pooling
– inizialmente i colleghi potrebbero mettersi d’accordo tramite i consueti canali, successivamente tramite un’app aziendale.

Fatto in questo modo il car pooling sarebbe a costo zero per l’azienda e la possibilità di trovare un posto libero vicino all’ingresso è un buon vantaggio per chi si carica del “fastidio” di dare un passaggio ad altri colleghi.

A me sembra un’idea semplice e che può essere realizzata in poco tempo.

Ci sono anche altri vantaggi ovviamente: meno auto significa più posti nel parcheggio, meno inquinamento, meno traffico e meno manutenzione delle strade; tutti temi caldi in questo periodo, soprattutto a Roma.

Ovviamente il car pooling non risolverebbe i problemi globali, ma è un inizio ed un segnale di cambiamento!

E voi che ne pensate? Esiste già qualcosa di simile nelle aziende dove lavorate?

 

“Consumare meno; condividere meglio.” (Hervé Kempf, giornalista)
 

di Daniela Errico

Ad un certo punto della vita ti fermi e rifletti sulle tue abitudini.
Non vivo in maniera molto sana: non mi curo, giusto per fare un esempio, né della composizione né della provenienza dei cibi che acquisto.
Non vivo in maniera sostenibile, basta vedere, ad esempio, la mole di plastica, vetro e carta che produco in una sola settimana (per lo più imballaggi).
E quindi decidi di cambiare. Cambiare il tuo stile di vita per renderlo più sano e sostenibilesi ma non mi voglio stressare! urla immediatamente una voce nella tua testa.
Sappiamo tutti, infatti, che cambiare le proprie abitudini comporta sempre una certa dose di stress. E allora come faccio? Rinuncio?
Personalmente, nel corso degli ultimi anni, ho provato a modificare molte delle mie abitudini (per diversi motivi) ed a volte mi sono stressata così tanto che ho rinunciato, così ho iniziato a prendere consapevolezza di ciò che invece mi aiutava ed ancora mi sostiene nel mio personale processo di cambiamento.

Eccovi, quindi, le 4 Dritte per un cambiamento (quasi) senza stress:

1) (Ricordarsi di ) Avere una motivazione
Se si decide di fare una cosa bisogna essere “convinti” del perché lo si fa. E’ la motivazione, infatti, che ti sostiene nei momenti di stanchezza e di sconforto. Sapere e ricordarsi che lo sforzo che sta facendo ha un fine (che sia salutare o etico o altro) che tu hai scelto, dà un senso al tuo impegno e ti aiuta a combattere la stanchezza, lo sconforto e … la pigrizia!

2) Non avere fretta. Procedere per passi
La vita mi ha insegnato che un cambio radicale ed immediato nelle abitudini può essere causato solo da un evento traumatico (pensate al passaggio dagli studi al lavoro, che in alcuni casi comporta anche un trasferimento fisico in un’altra città), ma in questi casi il livello di stress a cui si è sottoposti è altissimo. Diversamente, invece, apportare piccole variazioni alla nostra routine riduce lo stress del cambiamento e ci aiuta a trasformare una o più abitudini in maniera graduale verso lo stile di vita a cui aspiriamo. Chi va piano va sano e lontano.

3) Cadere sorridendo. Essere tolleranti con se stessi.
Soprattutto all’inizio, ma qualche volta anche in seguito, ricadremo nella vecchia abitudine: è normale, quando per anni abbiamo fatto una cosa in un certo modo, può succedere di andare in automatico. Consideriamo anche che non riusciremo ad essere sempre presenti o a stare sempre attenti: ci sono tante cose nella vita che ci distraggono. L’importante quindi, non è “non sbagliare mai”, ma come reagiamo allo “sbaglio”: non giudichiamoci quindi e non puniamoci per una distrazione. Come dice la mia insegnante di yoga, “se cadi fallo sorridendo, prendi un bel respiro e riprova“. Nel nostro caso, quindi, un bel respiro e, se si può, rimediamo, se non si può, pazienza, la prossima volta staremo più attenti. Non siamo perfetti e non lo saremo mai, ma possiamo migliorare, stiamo già migliorando, giorno per giorno.

4) Premiarsi per i risultati conseguiti
Ricordiamoci, ogni tanto, di fermarci un momento a riflettere su come, grazie al nostro impegno, il nostro stile di vita stia cambiando nel tempo, magari rispetto ad uno o due anni fa. Concediamoci quindi una “coccola” o un “premio” per i risultati ottenuti dedicandoci a qualcosa che ci piace o festeggiando in compagnia. Non sottovalutiamo mai l’importanza di questo semplice gesto perché oltre a farci stare bene ed a farci sentire soddisfatti ci darà la spinta necessaria a proseguire nel cambiamento.

E voi? Avete qualche dritta da condividere?

di Daniela Errico
Era un martedì di marzo del 2018, quando, durante uno dei nostri pranzi ecoscienti, abbiamo deciso che oltre al logo, ci servivano una o più mascotte. Quindi: vai col brain storming!

Abbiamo scartato quasi subito un animale caruccetto o una piantina con la faccia, un po’ perché l’umanizzazione di animali e vegetali mi ha sempre inquietato, ma principalmente, perché i protagonisti di ecoscienti sono le donne e gli uomini che coscientemente hanno scelto di attivarsi per un presente, e, sopratutto, un futuro migliore. Ci è sembrato quindi più appropriato usare un umano.. anzi due!
Abbiamo scelto come nostre mascotte: GEA ed AER, due bambini di più o meno 6-7 anni. Perché?
Semplice, rappresentano il Divenire. Il tendere verso un miglioramento umano, verso una crescita cosciente nel rispetto di ciò che circonda (il prossimo, gli animali, la natura).

Non siamo nati ecoscienti, ma abbiamo scelto di esserlo e per questo lavoriamo su noi stessi giorno dopo giorno per diventarlo. Per questo siamo come dei bambini che si sforzano di osservare il mondo con attenzione e consapevolezza, educandosi giorno per giorno a comportamenti sostenibili.

Un giorno noi saremo adulti ecoscienti.

Ed ora qualche curiosità sulla scelta dei nomi.

Volevamo due nomi significativi che fossero in qualche modo legati anche al nostro logo(Come è nato il nostro logo), che mostra la guarigione di una Terra afflitta dall’inquinamento e dalla distruzione.

Il nome per la bambina è venuto subito spontaneamente un po’ a tutti e di conseguenza scelto all’unanimità.

GEA –  il nome dell’antichissima madre Terra. In moltissimi culti antichi è presente una figura simile. Ella rappresenta la madre di tutti gli uomini e generatrice di vita. Un antico inno greco, “A Gea, madre di tutti i viventi ” recita così: “Gea io canterò, la madre universale, antichissima, che nutre tutti gli esseri, quanti vivono sulla terra; quanti camminano, quanti sono nel mare e quanti volano, tutti si nutrono dell’abbondanza che tu concedi. Grazie a te gli uomini sono fecondi di figli e ricchi di messi”. ( fonte Enciclopedia Treccani)

Per il nome del bambino, invece, abbiamo pensato al Cielo, come parte complementare della Terra, perché, in molti miti, insieme generano il tutto, ossia, gli altri elementi della natura e tutti gli esseri viventi. Ma, diciamocelo in onestà, ‘Cielo’ non è il massimo come nome, e quindi ce ne serviva un altro. Un giorno Piera ci ha proposto:
AER  – dal latino aēr, aĕris (aër, aëris) sm (acc aerem o aera) che significa aria, atmosfera, clima ( dizionario di latino )
Aldilà del mio amore per il latino che mi ha spinto a dire subito sì, trovo che l’estensione dell’idea del cielo all’aria, nonché al clima, sia calzante e che richiami i temi a noi cari di contrasto ai cambiamenti climatici ed all’inquinamento, oltre naturalmente ad essere al sostanza che ci è indispensabile per la vita.

Ed eccoli qui insieme: Signori e Signore, ecco a voi Gea e Aer!

 

di Daniela Errico
E dopo aver risolto l’annoso problema del BERE (dissetarsi fuori casa) grazie ad un contenitore igienico, ecologico e, perché no, bello esteticamente (perché il vetro è bello sempre) passiamo ai contenitori per il pranzo fuori casa.

Anche questa volta vi racconterò per fasi come il mio pranzo al sacco sia cambiato, perché trovare una soluzione ottimale richiede tempo, creatività e voglia di sperimentare.

Fase 1 – Tanto mi compro una cosa al volo. Un pezzetto di pizza/un panino/un piatto caldo. Semplice e più o meno immediato, è vero, ma poco salutare e poco economico, specie se questa abitudine viene adottata sistematicamente ogni giorno.

Fase 2 – Mi preparo il pranzo in pratiche vaschette di plastica per alimenti. Quando ho realizzato di aver preso peso, speso… abbastanza… e considerando anche la qualità discutibile di alcuni pasti, ho capito che era giunta ora di cambiare abitudine. Ho iniziato a preparare una parte dei pasti da casa e a portarli in ufficio in contenitori di plastica per alimenti. Ma anche qui sono sorti i soliti tre dubbi: Per quanto tempo può essere riutilizzato un contenitore per alimenti in plastica? (accidenti ne ho uno che ha più di 10 anni!) Se li butto periodicamente, quanta spazzatura produco? Ma siamo sicuri che il cibo, che resta nel contenitore per almeno per 5 ore (se lo prepari la mattina, altrimenti parliamo di almeno 13-14 ore), non sia poi contaminato da particelle nocive rilasciate dalla plastica?

Fase 3 – Proviamo le vaschette per il cibo in vetro. Decisamente più igieniche e sicure dal punto di vista della “perdita di particelle”, se ne trovano di tutte le dimensioni e forme, possono andare in lavastoviglie, forno e forno a microonde. Hanno solo un paio di pecche: il peso, generalmente il vetro di cui sono fatte è molto spesso e quindi già da vuote sono pesantucce, e il tappo “poco ermetico”, spesso infatti è un coperchio in plastica o silicone che non chiude ermeticamente la vaschetta, che di conseguenza perde liquidi durante il tragitto casa-ufficio-zona pranzo.

Fase 4 – Dal pranzo al sacco al pranzo in barattolo. Lo so suona strano, ma.. provare per credere! Partiamo dalla considerazione che usando un barattolo di vetro, ridaremo nuova vita ad un contenitore che invece sarebbe stato buttato.. è vero lo avremmo riciclato, ma così per essere riutilizzato avremmo dovuto aspettare il termine di tutto il processo di riciclo (leggi: tempo, energia e costi aggiuntivi). Invece, così, basta una bella lavata: et voilà, pronto per l’uso! Riciclo a tempo zero! In più, oltre all’aspetto “zero waste” e quello igienico, usando il barattolo ho risolto anche il problema delle perdite di liquido: il tappo infatti è a chiusura ermetica. Non solo! A parità di capienza, il barattolo è decisamente più leggero del contenitore in vetro che usavo prima. Infine, per gli amanti del tetris, scegliendo con cura i barattoli da usare per verdure, primo e/o secondo, li si possono incastrare facilmente in borsa o nello zainetto separatamente, perchè rispetto agli altri contenitori si sviluppano più in lunghezza che in larghezza.

Un paio di consigli: il barattolino con la “bocca larga“, basso e largo (quello dei peperoni sottolio, tipicamente) è molto comodo per contenere i primi, ma anche se volete portarvi una zuppetta in cui intingere i crostini, mentre quello più alto con la bocca stretta è molto adatto per il brodo vegetale o passati di verdura molto liquidi (funge perfettamnete da bicchiere), invece, i barattoli via di mezzo, cioè alti ma con la bocca larga (di solito quelli della marmellata) sono comodi per le verdure ripassate, infine, i barattolini piccini (tipo quelli degli omogeneizzati o del miele) sono utilissimi per il trasporto dei condimenti tipo limone già premuto, aceto balsamico o per quel goccio di brodino che serve a sciogliere la minestra! E se poi temete che muovendosi in borsa possano urtare uno contro l’altro e rompersi o fare rumore, basta un tovagliolino di stoffa (io uso quello che mi porto come tovaglietta) ed il problema è risolto.

Concludo con la solita nota estetica, perchè, vi dirò, il pranzo in barattolo è bello anche esteticamente!

Come sempre vi invito a suggerire nuove soluzioni o condividere le vostre esperienze!

di Daniela Errico

Essere Ecosciente, per me, significa sforzarsi, giorno dopo giorno, di essere coscienti del mondo che ci circonda cercando di individuare le azioni utili al miglioramento della qualità della propria vita e di quella degli altri (in senso lato i.e. natura ed animali inclusi).

Questa consapevolezza ha generato inevitabilmente una serie di cambiamenti nella mia esistenza, che, però, non sono stati immediati: hanno necessitato di più passi per realizzarsi.

Ho deciso pertanto di raccontarvi l’evoluzione di alcune abitudini della mia vita da Ecosciente, ripercorrendo le fasi  che hanno portato al cambiamento.

Cominciamo con il “Dissetarsi fuori casa“, una pratica molto diffusa tra gli umani, comunemente nota come: bere.

Fase 1 – Bevo occasionalmente. In questa fase bevevo veramente poco: per strada, alla fontanella (quando la trovato) o al bar; in ufficio, invece, bevevo una o due bottigliette d’acqua comprate al distributore automatico, quando c’era, altrimenti, giusto una, se mi ricordavo di comprarla in pausa pranzo.

Fase 2 – Riciclo infinito della bottiglietta di plastica. Quando ho capito che bere poco non faceva bene alla mia salute e che comprare 2-3 bottigliette di plastica al giorno per bere un litro/litro e mezzo d’acqua produceva una montagna rifiuti inutili (circa 15 a settimana, 300 al mese, 3300 l’anno…) ho pensato bene che mi sarebbe bastato “riciclare” una bottiglietta più volte. Si, ma quante volte si può riutilizzare una bottiglietta che in teoria sarebbe monouso?

Fase 3 – Uso un thermos o una borraccia di acciaio. Visto che la bottiglietta di plastica non è riciclabile all’infinito e che ad oggi non sono convinta esista una plastica che non rilasci (alla lunga) particelle plastiche nell’acqua, ho deciso di passare direttamente al thermos prima e  borraccia in acciaio dopo: problema risolto..o almeno così credevo! Perché in realtà il tappo del thermos e quello della borraccia sono in plastica, mentre la filettatura è di metallo, quindi alla lunga il tappo perde la filettatura ed il contenitore perde liquidi. Inoltre, se la bocchetta è stretta, pulire l’interno non è molto agevole e visto che l’esterno è colorato, non è possibile verificare lo stato interno del contenitore. Come faccio a sapere se è pulito bene?

Fase 4 – La svolta: La bottiglietta in vetro. Al momento questa è l’ultima fase dell’evoluzione, ma non escludo potrebbero essercene altre in futuro, più adatte alle mie esigenze. Consiste nel riuso di una bottiglietta in vetro che prima conteneva del succo di frutta. Il tappo è di metallo (come quello dei barattoli) quindi non si rovina con l’uso e non permette perdite di liquido, inoltre il contenitore è di vetro per cui si può constatare ad occhio nudo lo stato di pulizia o di calcare presente all’interno e si può pulire/smacchiare/decalcificare(=togliere il calcare) in modo naturale ed ecologico usando aceto e/o bicarbonato. E per finire non rilascia sostanze tossiche nell’acqua.

Con l’ultima fase ho soddisfatto il mio bisogno di acqua a portata di mano, igiene del contenitore, durevolezza, riciclabilità, zero waste ed anche estetica!

Meglio di così, si accettano suggerimenti! 🙂

ProssimamenteLe 4 Fasi dell’evoluzione del Pranzo al Sacco..



di Daniela Errico

Dopo la bella esperienza che vi ho raccontato in “Orti Urbani: A veder zappare viene voglia!” ho deciso di dare una mano ai coordinatori del Corso di Piccolo Ortista organizzato negli Orti Urbani Garbatella.
Considerando che l’attività consiste nel piantare, curare e raccogliere i frutti della terra, il corso è stato pensato per i bambini di età compresa tra i 5 e gli 11 anni, tuttavia già dal primo incontro (il primo di quattro) ci siamo ritrovati davanti un piccolo gruppo di bimbi di età inferiore ai 5 anni.

E quindi..Ricalcolo!

Perché la domanda nasce spontanea: a che età i bambini sono in grado di capire e relazionarsi con la terra, le piante e gli insetti? Ora come ora, direi proprio che non c’è un limite!

Tuttavia bisogna riorganizzare la forma con cui gli si fa fare l’esperienza. Quindi siamo partiti da un concetto molto semplice: i sentieri. Perché? E’ semplice, bisogna stare attenti a non pestare le giovani piantine e rispettare il lavoro di chi le ha coltivate e se ne prende cura ogni giorno. I bambini questo concetto lo capiscono benissimo, se glielo spieghi. Quindi, niente di meglio di un bel giretto tra gli orti per toccare con mano un sentiero ed imparare a distinguerlo da un orto ed intanto guardarsi intorno cercando di riconoscere le piante.

E poi già che ci siamo perché non fare qualche domanda agli ortisti intenti a curare l’orto? Inizialmente un po’ timidi, una volta dato loro l’esempio, facendo le prime domande, i piccoli hanno preso coraggio ed hanno iniziato a verbalizzare le loro curiosità. E’ incredibile vedere come l’esempio di uno riesca a dare coraggio all’altro! Basta che un bimbo faccia una domanda che subito un altro si accoda. Chiaramente ci sono anche bimbi molto timidi per cui il livello di coinvolgimento resta comunque molto personale, ma poi tutti sono attenti alle risposte, anche i più introversi. La natura li affascina.
Mi ha colpito molto la concretezza delle loro domande, legate fondamentalmente a ciò che vedevano (perché c’è la paglia sul terreno? Cos’è questa pianta? perché l’hai piantata lì?). Sono curiosi osservatori e ne sanno più di quanto ti aspetti, per esempio, quando siamo passati vicino all’alveare ed ho chiesto loro se sapevano quali fossero e a che servissero quegli insetti hanno risposto, orgogliosi di saperlo, che erano api e che producono miele. Collegavano, esaltati, quanto visto nei loro libri con quanto vedevano dal vivo. Qualcuno ha riconosciuto anche qualche albero da frutto, quando ci siamo passati vicino, ed ha coinvolto gli altri nel riconoscimento del frutto (limone).
Sorprendente il successo riscosso dall’albero di fico ed in particolare dal “fichino” (frutto piccolo appena spuntato), che ha affascinato tutti i bambini! (la visita al fichino è diventata una tappa obbligatoria del tour!)

Ma ora un po’ di pratica!
Visto che l’ortista ci aveva spiegato che mettere la paglia intorno ad una piantina è utile, perché la ripara dal freddo, in inverno, e dal caldo, facendole ombra e trattenendo l’acqua, d’estate: siamo andati a mettere la paglia sulle piantine!
Entusiasti e divertiti hanno messo la paglia, forse in maniera non troppo precisa, ma se glielo facevi notare si prodigavano per sistemarla meglio! L’attenzione messa nel cercare di fare al meglio quello che gli indicavi, mi ha stupito.
Verrebbe da chiedersi: se non ricevono un premio a farlo per bene, perché s’impegnavano così tanto?
Semplice: perché si sono appassionati!

Infine hanno piantato un ravanello, acquisendo consapevolezza del perché e quale parte va sotto terra e quale va lasciata fuori, perché prenda luce e calore. Reazione: incantati e soddisfatti!

E per finire foto ricordo di questa bella esperienza, tutti insieme e con le piantine appena piantate!

 

L’obiettivo finale dell’agricoltura non è la coltivazione di colture, ma la coltivazione e la perfezione degli esseri umani.” Masanobu Fukuoka



di Daniela Errico

Ultima domenica di Carnevale, prima domenica di marzo: finalmente la temperatura era diventata mite ed il sole splendeva alto nel cielo: una giornata stupenda. Perfetta per zappettare!

Per questo, noi dell’orto collettivo eravamo lì di buon mattino (non troppo presto però!) per mettere lo stallatico sul terreno, zappato e rivoltato la settimana prima, e preparalo così alla semina. Ma, mentre noi ci accingevamo all’ingrato compito (lo stallatico, essendo concime organico, non profuma esattamente di gelsomini..), nell’area picnic, che si trova all’interno dell’area degli orti e praticamente a poco più di un paio di metri dal nostro orto, un gruppodi adulti e bambini si preparavano ad una festa di compleanno/carnevale. E quindi.. ricalcolo!

Abbiamo deciso unanimemente di non appestare la gioia di quella festa con gli effluvi dello stallatico e ci siamo messi ad estirpare un po’ d’erbacce nell’orto. Le erbacce ci sono: sempre. In qualunque giorno dell’anno e con qualsiasi temperatura! Credo che l’attività più frequente nella gestione dell’orto sia estirpare le erbacce.

Dopo un po’ che strappavamo erbacce, la festa ha iniziato ad animarsi di bambini di età compresa tra i 5 ed gli 8 anni prevalentemente in maschera. Poi un gruppetto di 4 bambini si è messo ad osservare attentamente il lavoro di Laura, uno dei membri dell’orto collettivo, intenta ad estirpare le erbacce di cui sopra (tra cui malva e menta, lo sapevate? sono erbacce per chi coltiva). Erano attentissimi a ciò che faceva ed alla fine una di loro ha preso coraggio ed ha chiesto di partecipare. E così Laura si è trovata circondata da bimbe che strappavano erbe a caso. Nooo quello è prezzemolo!!! Giù le manine!!

Intanto io avevo deciso di cambiare la vanga con una zappa per migliorare le mie prestazioni come estirpatrice di erbacce ostiche (ebbene sì, ci sono erbacce dalle radici lunghissime! La malva per esempio) ma, mentre percorrevo il sentiero che serpeggia tra gli orti mi sono sentita osservata.. mi sono voltata e mi sono ritrovata ad essere la capofila di un gruppo di 5 bambine, che mi seguivano ordinatamente in fila indiana e che alla mia domanda “ma che state facendo?” hanno risposto con candore “ti seguiamo no?!” … e quello era evidente..

Distolta, allora, la loro attenzione del capanno degli attrezzi, le ho riportate verso la festa, ma immediatamente è scattata la l’offerta di “aiuto nell’estirpare le erbacce”. E che dici di no a quegli occhioni da cerbiattini?

E così mi sono ritrovata caposquadra di un gruppo di estirpatrici in erba ed in maschera! (vedi immagine di copertina)

Erano così piene di entusiasmo e voglia di fare, ma anche un po’ troppo irruenti nello strappare tutto ciò che sembrava un’erbaccia (e dichiamocelo, a momenti abbiamo difficoltà noi a distinguere le erbacce dalle piantine che abbiamo piantato, figuriamoci loro!) per cui ho deciso che ci saremmo dedicate alla pulizia degli spazi comuni (i sentieri tra un orto e l’altro), che sono notoriamente pieni di erbacce da strappare. “Però” ho affermato “i fiorellini potete tenerli o regalarli”, e così ho ricevuto un fiorellino.. mi sono commossa!

Guardare i bambini a lavoro, (si avete letto bene, per loro era “lavoro, mica stiamo giocando” cit.) è affascinante e molto educativo. Sono attenti, consapevoli, ci tengono a fare bene le cose, per questo si fanno guidare. Ho detto loro di stare attenti a non farsi male ed a non far male agli altri. “La sicurezza sul lavoro è importante” ripetevano in coro. Ho fatto loro notare che faceva caldo e perciò dovevano fare delle pause e bere per idratarsi. E loro l’hanno fatto, tutti insieme sono andati a bere, chiamando anche chi non si era mosso subito. Mi ha stupito la consapevolezza con cui, di volta in volta, valutavano le mie indicazioni, il loro attuarle fedelmente una volta capite e condivise, il modo con cui si prendevano cura l’uno dell’altra. Ma al contempo non hanno mai smesso di essere bambini che si stavano divertendo stando all’aria aperta, a contatto con la terra, in gruppo, facendo qualcosa di utile. Ridevano, si prendevano anche un po’ in giro, ma ciò non impediva loro di essere concentrati e far bene il loro lavoro. Perché, sì hanno fatto proprio un buon lavoro.

Avremmo tanto da imparare solo osservando i bambini all’opera, ma avremmo anche tanto da insegnargli se avessimo la pazienza di dedicargli il tempo necessario.

Porterò sempre nel cuore questa simpatica ed emozionante esperienza ed ho piacere di concludere il mio racconto con una citazione che Eleonora, anche lei del gruppo dell’orto collettivo, mi ha riferito mentre le raccontavo questo divertente episodio: “Continua a piantare i tuoi semi, perché non saprai mai quali cresceranno – forse lo faranno tutti.” A. Einstein